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mercoledì 23 aprile 2008

Poll Wars

Questo post è tratto da un commento che ho postato ieri (22/04) sul blog di Cavalera.
Mi sembra un argomento interessante e quindi lo ripropongo qui in versione ampliata.

Recentemente sono stati pubblicati 2 sondaggi dal tema simile, su due importanti media.

Il Financial Times ha pubblicato il 15 aprile un sondaggio relativo alla percezione degli abitanti dei maggiori paesi europei rispetto al paese che più rappresenterebbe una minaccia alla stabilità globale. Le scelte possibili si limitano a tre paesi, Cina, U.S.A. e Iran.

I risultati sono riassunti da questa tabella


Da tale grafico si evince che Italia in primis, poi Francia e Germania vedono la Cina come la principale minaccia alla stabilità globale, molto più che l'Iran, per esempio. Il sondaggio è stato somministrato tra il 27 marzo e l'8 aprile, quindi è probabile che gli alti livelli negativi raggiunti dalla Cina siano attribuibili all'esposizione da parte dei media della Cina dopo i fatti in Tibet.

Il 3 Aprile la BBC aveva pubblicato (via black and white cat) un sondaggio relativo alla percezione che gli abitanti di svariati paesi hanno rispetto all'influenza più o meno positiva di altrettanti paesi.

Seppure il titolo dell'articolo può sembrare fuorviante (perché intitolarlo "World views US 'more positively' " quando il sondaggio riguarda molti paesi e non solo gli U.S.A., che comunque si piazzano agli ultimi posti in classifica seguiti solo da Pakistan, Iran e Israele?), in realtà esso è un riferimento al precedente simile sondaggio pubblicato sempre dalla BBC a Gennaio 2007 e intitolato "View of US's global role 'worse' ".

Analizzando nel dettaglio il sondaggio (qui si scarica la versione completa in PDF) si possono evidenziare risultati che forse contraddicono l'opinione comune che qui in Italia (vedi sondaggio del FT) si ha della Cina e degli altri paesi.

Focalizzandosi sui paesi più importanti del continente asiatico, si evince che:
  • L'influenza del Giappone è vista positivamente dal 56% della popolazione mondiale e negativamente dal 21%.
Bisogna evidenziare che i paesi che maggiormente vedono l'influenza giapponese negativamente sono i "vicini" Cina (55%) e S.Korea (52%). Gli indiani sembrano scarsamente interessanti al Giappone, in quanto solo il 26% né da un giudizio positivo e il 9% negativo.
  • La Cina è vista positivamente dal 47% della popolazione mondiale e negativamente dal 32%.

Gli indiani che vedono l'influenza cinese negativamente sono "solo" il 18% (contro un 22% che la vede positivamente)

Anche in questo caso sono i vicini giapponesi (59%) e sudkoreani (50%) ad esprimere i giudizi più negativi, seguiti, come già rilevato dal FT, da Germania (59%), Turchia (58%) U.S.A. e altri paesi europei.

Black and White Cat fa notare che

"Europeans and North Americans have a much more negative view of China than Africans, Latin Americans and Asians. Europeans and North Americans might want to bear this in mind when they talk about the “international community.” What they really mean is the North American and European community - in other words, NATO and its allies."

Un'altro dato interessante è che il numero di koreani che vedono l'influenza cinese negativamente è grosso modo simile a quello dei koreani che vedono l'influenza giapponese negativamente (quest'ultimo dato è leggermente più alto).

  • L'India è vista positivamente dal 42% della popolazione mondiale e negativamente dal 28%.

Nessun paese tra quelli trattati nel sondaggio ha una visione drasticamente negativa dell'influenza indiana. Il paese i cui abitanti hanno un peggior rapporto con l'India sembrano essere l'Egitto (44%) seguito dalla Turchia (41%) e dai Filippini (38%). Credo sia importante far notare che i cittadini pachistani non sono stati interpellati in merito al sondaggio. Tutto sommato l'India sembra non essere ancora al centro dei pensieri dei cittadini del mondo, in quanto sia la percentuale che ne attribuisce un'influenza positiva sia quella che ne attribuisce un'influenza negativa rimangono a livelli relativamente bassi.

Il 30% dei cinesi ha un'opinione negativa dell'influenza indiana. Nonostante i recenti tentativi dell'amministrazione U.S.A. di allearsi idealmente con l'India in funzione di un contenimento anticinese, la percentuale di cinesi che vede l'India positivamente è passata dal 37% al 45%. L'11% dei giapponesi ha una visione negativa dell'influenza indiana (contro il 34% di "positivi").

Altre considerazioni possono essere fatte relativamente alla percezione dei principali paesi asiatici rispetto ai paesi "occidentali", si scopre che, per esempio:

-i giapponesi vedono l'influenza degli U.S.A. nel mondo per il 21% positivamente e per il 38% negativamente.

-gli indiani per il 18% positivamente e per il 24% negativamente.

-i cinesi per il 38% positivamente e per il 46% negativamente.

In riferimento alla presunta ostilità cinese verso l' "Occidente" (quindi U.S.A. ed Europa), di cui i media parlano molto in questi giorni, in riferimento ai boicottaggi contro Carre-four e al montante nazionalismo cinese, si può notare che i cinesi riguardo l'influenza degli U.S.A. nel mondo, come si evince dai dati sopra riportati, tutto sommato ne hanno una visione più positiva della maggior parte degli altri paesi.
Per quanto riguarda l'influenza dell'Europa, ne hanno una opinione positiva il 62% dei cinesi ( contro il 22% degli indiani) e negativa il 16% (esattamente come gli indiani).
Ovviamente c'è da sottolineare che tali dati sono stati raccolti prima dei recenti scontri in Tibet e della conseguente guerra mediatica tra Cina ed "Occidente".

In generale si può notare che i cinesi pur vivendo in uno stato in cui i media sono controllati e dove non è garantita la libertà di espressione (o forse altri direbbero che è proprio questa la causa) tendono ad avere in maggioranza opinioni ben definite riguardo agli altri paesi, indipendentemente dal fatto che queste siano positive o meno. Gli indiani invece sembrano meno propensi ad esprimere opinioni nette, preferendo spesso non rispondere o mantenersi neutrali.

Per curiosità, sempre a proposito di Europa, il 66% degli italiani ne ha una visione positiva e il 17% negativa..più dei cinesi (16%)...

domenica 13 aprile 2008

Tibet, marzo 2008 ed ennesima delusione MSM

questo mio commento è stato pubblicato il 23/03 sul blog di Cavalera. Lo riporto in forma leggermente modificata per adattarlo al contesto.

La causa principale della mia delusione nei confronti dei media non si limita alla mancanza di certezze riguardo alle dichiarazioni di uccisioni di monaci tibetani da parte dei militari cinesi, ma più in generale riguarda come tutta la vicenda è stata presentata, perlomeno in base alla mia personale percezione.
L'impressione che sto avendo è che fin dall'inizio si sia tentato di presentare il tutto come l'ennessima repressione nel sangue di una manifestazione pacifica di cittadini che chiedevano semplicemente maggior rispetto dei diritti umani e una critica alle politiche del governo.
Tale argomentazione, oltre a contribuire a far simpatizzare l'opinione pubblica con il Dalai Lama e i manifestanti, dà l'occasione ai giornalisti di rispolverare la strage di Tiananmen, che è sempre utile per "aumentare gli ascolti" ed per proporre inquietanti analogie, a sottintendere che la Cina di oggi non è diversa da quella del 1989.
Tale linea è stata portata avanti finchè si è potuto, fino a che cioè sono iniziate a trapelare immagini inequivocabili delle violenze compiute dai manifestanti. A questo punto si è tentato dapprima di manipolare le immagini e il loro contenuto, poi quando le evidenze cominciavano ad essere troppe, si è tentato di minimizzare tali episodi e in un qualche modo quasi giustificarli, adducendoli sia al risentimento della popolazione giovane tibetana per le politiche cinesi, sia alla reazione dei tibetani rispetto alle presunte uccisioni e pestaggi di monaci da parte dell'esercito cinese venerdi 14.

L'interpretazione dei fatti proposta dai media occidentali è sicuramente plausibile, il problema si pone quando essa viene presentata come unica possibile spiegazione dei fatti senza considerare alternative. Inoltre tale interpretazione presenta almeno un paio di punti deboli che rischiano di farne crollare la struttura: se Dharamsala è l'unica fonte in grado di avere notizie certe sugli scontri in Cina, ciò significa che deve per forza di cose esserci un collegamento tra i rivoltosi tibetani e il governo in esilio, diventa quindi plausibile un coinvolgimento di quest'ultimo (non necessariamente nella figura del Dalai Lama) nell'organizzazione delle proteste, che sarebbero quindi state soggette ad influenze esterne, cosa che i media occidentali non sembrano invece considerare.
Inoltre, si tende a negare ogni responsabilità del Dalai Lama per quanto accaduto, il Dalai stesso si è detto impotente di fronte a quanto stava e sta accadendo, eppure l'unica soluzione che la stampa propone per far rientrare i disordini in Cina è quella di dialogare con il Dalai Lama. Anch'io sono favorevole al dialogo tra PCC e Dalai Lama ma mi sembra molto riduttivo limitarsi ad una analisi di questo tipo.

Nessun MSM si è chiesto se potessero esserci altri motivi dietro gli scontri di questi giorni. Anche dopo le conferme degli atti di devastazione e violenze su persone compiuti dai manifestanti non si è ancora voluto fornire analisi dettagliate dei movimenti e delle organizzazioni tibetane anti-cinesi.
Eppure ci sono numerosi segnali che sembrano indicare una premeditazione e un intento insurrezionalista in quanto accaduto. Il presunto massacro di monaci del 14 non basta a spiegare la rivolta dei manifestanti, nè la rabbia reppressa degli ultimi 20 anni. Le rivolte sembrano avere un preciso scopo politico, come si evince ad es. dalle brevi dichiarazioni del tibetano che si vede in questo video:

inoltre il fatto che sia in Tibet sia nelle altre province cinesi le modalità delle proteste siano state simili, con attacchi alle persone e alle proprietà non tibetane e roghi di merci cinesi nelle piazze, sembra far pensare ad un movimento coordinato.
Sarebbe utile quindi provare perlomeno ad ipotizzare chi faccia parte di tale movimento.
Gli stessi media occidentali riconoscono che il Dalai Lama rappresenta una forte influenza verso tutta la popolazione tibetana. Eppure egli stesso ammette che la sua influenza è in calo tra i giovani e tra gli elementi più radicali delle organizzazioni pro-tibet.
Perchè quindi a quasi nessuno tra i giornalisti occidentali cerca di indagare e riferirci chi altro oltre al Dalai Lama potrebbe avere una qualche influenza sulla popolazione tibetana? Una rara eccezione è questo articolo del Daily Telegraph (oltre a questo, molto interessante, pubblicato dal Wall Street Journal);
Tsewang Rigzin, intervistato nell'articolo, è il presidente del Tibetan Youth Congress, ong con base a Dharamsala con lo scopo dichiarato di proclamare l'indipendenza del Tibet, e che si vanta di avere più di 30000 membri con oltre 81 sezioni sparse in tutto il mondo. Tsewang Rigzin e la sua ong sono anche tra i fondatori del già citato Tibetan's People Uprising Movement, che hanno organizzato la marcia sul Tibet del 10 marzo e le proteste in India, Nepal e nelle altre parti del mondo (hanno connessioni anche in italia da cui cito:
“È arrivato il momento in cui i tibetani sono chiamati ad assumere il controllo del loro futuro grazie a un movimento di resistenza unificato e coordinato. Dobbiamo far sapere ai cinesi e a tutto il mondo che il desiderio di libertà arde ancora nel cuore di ogni tibetano sia all’interno del Tibet sia in esilio." “Il Movimento di Insurrezione del Popolo Tibetano è un movimento globale dei tibetani, dentro e fuori il Tibet, chiamati ad assumere il controllo del proprio destino impegnandosi in un’azione diretta per porre fine all’illegale e brutale occupazione del nostro paese…

Chiediamo ai tibetani all’interno del Tibet di continuare a combattere l’occupazione cinese e promettiamo il nostro fermo appoggio alla vostra coraggiosa resistenza. Ai tibetani in esilio e ai nostri sostenitori in tutto il mondo libero chiediamo di cogliere ogni opportunità per protestare contro i Giochi Olimpici e appoggiare la lotta per la libertà del popolo tibetano. Chiediamo ai tibetani in ogni parte del mondo di sostenere i patrioti tibetani nella loro marcia di ritorno alla madrepatria, il Tibet”.
Sull'articolo postato ieri da Cavalera, Haski scrive che " L’appello del Dalai Lama è stato seguito da manifestazioni dei monaci buddisti a Lhasa e in altri monasteri tibetani", ma ancora non si fa cenno dell'appello, molto più radicale, lanciato dal TPUM, seppur si comincia ad ammettere che le forze più radicali dei movimenti tibetani stanno prendendo piede.

Per rilacciarmi all'inizio del commento, in base alle informazioni attualmente disponibili, non so se si siano verificate stragi di monaci, o se si verificheranno nei prossimi giorni. Non so se i media "hanno abboccato" alla disinformazione tibetana o se invece i cinesi sono stati abili nel nascondere (fino ad ora) ogni prova verificabile.
Non mi stupirei in nessuno dei casi.
Quello che mi stupisce è l'incapacità del giornalismo di rappresentare la complessità delle vicende trattate e la sua tendenza all'appiattimento semplificatorio del "buono contro il cattivo", delle facili e clamorose analogie storiche, delle guerre dei numeri.

riflessioni dalla lettura di un articolo del prof. Cammelli

Questo mio commento, in risposta ad un articolo del Prof. Cammelli postato sul blog di Fabio Cavalera, è apparso sul suddetto blog in data 20/03. Qui ne riporto una versione leggermente modificata.

prima di tutto, per riallacciarmi ai contenuti dell'articolo del prof Cammelli, vorrei aggiungere un commento alla frase
"Nessun dubbio che i manifestanti in India reclamassero l’indipendenza del Tibet, ma la reclamavano anche quelli di Lhasa? "

io credo che esaminando la faccenda da un punto di vista politico la risposta a tale domanda potrebbe risultare diversa. Le manifestazioni, in India e in Nepal così come in Cina, sono state organizzate da una serie di ong, la maggioranza delle quali con sede a Dharamsala, riunite ufficialmente sotto la sigla di Tibetan People’s Uprising Movement, il cui obiettivo è dichiaratamente l'indipendenza del Tibet, inteso come tutto il territorio abitato dalla minoranza tibetana, comprese quindi zone delle province del Qinghai, Gansu, Yunnan, e Sichuan. Insomma il loro scopo è quello di formare uno stato teocratico su base entica.
Non è possibile attribuire con certezza le violente dei manifestanti al TPUM, e non è altrettanto certo che le violenze fossero premeditate, ma perlomeno altrettanto implausibile è pensare che i violenti fossero infiltrati del governo cinese (tantomeno di quello di taiwan..), anche perché dalle immagini disponibili abbondantemente su internet si percepisce chiaramente lo stato di agitazione di alcuni dei manifestanti (es. il video della bbc sul sito del TPUM, da guardare senza audio ovviamente). Inoltre molte immagini mostrano manifestanti attaccare poliziotti, mezzi e personale dell'esercito, difficile che siano stati agenti infiltrati.

Anche la considerazione finale dell'articolo
"Che un partito di questo livello e di questa straordinaria qualità si sia fatto sorprendere dall’azione di alcuni monasteri tibetani e sia stato posto sulle difensive dal segreto tramare del retrivo clero tibetano e dalla cricca del Dalai Lama riesce, francamente, molto difficile a credersi. Quasi impossibile. Anzi,impossibile."

mi suggerisce qualche considerazione, infatti anche io non credo che il governo cinese si sia fatto sorprendere, nè d'altra parte che sia stato posto sulle difensive.
Il fatto che tutte le immagini disponibili non mostrino alcun tipo di violenza commessa dalle forze dell'ordine cinesi (sia che tali violenze siano in realtà avvenute, sia che non lo siano) significa che direttive precise e "studiate a mente lucida" siano arrivate dall'alto prima ancora dello scoppio delle violenze. Plausibile quindi che il PCC non si sia affatto fatto sorprendere. Anche il fatto che il PCC sia sulle difensive è ancora da vedere, bisognerà stare attenti agli sviluppi della situazione, e che fine faranno, una volta calati i riflettori, i simpatizzanti del TPUM.
Alcuni su internet propongono un'interpretazione per cui paradossalmente sarebbe il Dalai Lama la parte più danneggiata dalle violenze in Tibet, che ora sarebbe costretto a scegliere se schierarsi dalla parte degli "indipendentisti radicali" del TPUM o scegliere di dialogare col governo cinese, probabilmente col risultato di compromettere ulteriormente la sua posizione di forza.
Anche perché, così come è difficile pensare che il governo cinese non avesse alcun tipo di sentore su quello che stesse per accadere, altrettanto improbabile è pensare che il Dalai Lama, dall'alto del suo oceano di saggezza, non avesse alcun "presentimento" a proposito. Anche considerando che i leader del TPUM e il Dalai Lama sono "vicini di casa" a Dharamsala e frequentano lo stesso giro di "amicizie" (leggi finanziatori).

L'ultima frase, data la lunghezza già raggiunta dal post, che vorrei quotare, per cambiare un attimo l'argomento di riflessione, è
"Si può anche concordare col governo cinese che questo irrigidimento sul Tibet e la Cina sia persecutorio e non conosca uguale determinazione per altre analoghe vicende"

Io credo che le vicissitudini avvenute debbano servire anche a far riflettere coloro che lavorano nel campo dei media. Dall'inizio delle manifestazioni si è parlato a caratteri cubitali su tutti i giornali di massacri e centinaia di morti, senza avere materialmente prove concrete, senza essere al riparo da perlomeno ragionevoli dubbi. Sono presenti su internet numerosi siti che mostrano le inesattezze e le supposizioni date come verità, tutte miranti a dipingere una realtà dei fatti strumentale alla proliferazioni di polemiche sulla Cina, i diritti umani e le olimpiadi da boicottare. Tutti intenti lodevoli, per carità, nessun intento provocatorio, ma credo che professionisti dei media non debbano compromettere l'obiettività e la trasparenza delle proprie fonti, come si dice, non credo che in questo caso "il fine giustifichi i mezzi" se i mezzi comportano uno scadimento della qualità del proprio lavoro.
Oltre a ciò, aggiungo l'opinione personale che sia estremamente pericoloso fomentare la contrapposizione tra Occidente e Cina, e in tal senso le minacce di boicottaggio sono sicuramente considerate come un affronto personale verso la stragrande maggioranza dei cinesi (perlomeno quelli che sanno cosa siano le olimpiadi..), che non hanno certo bisogno di ulteriore aiuto, oltre a quello già fornitogli dal governo, per aumentare il nazionalismo ed il risentimento verso l'occidente "che sempre disprezza dall'alto del suo piedistallo"..
Passa una sottile linea tra lecite pressioni per spronare governo e società cinese al miglioramento dei diritti umani e spinte verso baratri nazionalistici e "scontri di civiltà" con esiti potenzialmente disastrosi.
Io penso che spesso i giornalisti occidentali (purtroppo quasi nessuno escluso, specialmente tra i "mainstream") attraversino con troppa disinvoltura tale linea, forse incuranti di tutte le conseguenze a cui tale atteggiamento possa portare.

ancora un paio di link interessanti:

qui si trova il manifesto del TUPM.

e qui il prof Cammelli fa qualche riflessione su stampa e Tibet che io trovo condivisibili.


primo post

Questo è il mio primo post.

Non ho mai considerato l'idea di avere un blog personale, in quanto non ho a disposizione il tempo necessario per aggiornarlo costantemente.
Da diversi anni saltuariamente seguo e commento altri blog dedicati alla Cina.
Ho deciso infine di creare un mio blog per raccogliere i commenti da me recentemente pubblicati sul blog di Fabio Cavalera, "La Nostra Cina", in quanto la quantità è lunghezza di tali interventi cominciava ad essere "eccessiva" nei confronti di chi mi ospitava. Credo però che le informazioni riportate nei commenti possano essere utili per chi è interessato all'argomento.
Non ho francamente la minima idea se continuerò a postare su questo blog o meno, sicuramente non potrò farlo su base quotidiana, ma se capiterà di aver qualcosa di importante da dire, sicuramente non mi farò sfuggire l'occasione.