Riflessioni sulla Cina al di là degli stereotipi e della costruzione occidentale di essa.
sabato 30 giugno 2012
Risposta al blog Asiaticom di Raimondo Bultrini
I toni, che possono risultare un pò scortesi, soprattutto del primo post, sono da intendere come risposta alle affermazioni di Bultrini relative ad un lettore, che l'Autore accusa di "viaggiare senza vedere e senza conoscere la storia", di fare "viaggi senza bussola" e di trovare le sue affermazioni "terribilmente volgari" solo perché il lettore non la pensa allo stesso modo.
Il fatto che i miei post non siano stati pubblicati può significare 3 cose:
1-solo l'Autore del blog si arroga il diritto di scrivere lunghi post di risposta
2-l'Autore del blog si arroga il diritto di essere scortese con i propri lettori ma non è disposto che essi siano scortesi con lui
3-L'Autore del blog alla faccia della libertà e tolleranza di facciata non ammette repliche alle proprie tesi. Mi accingo a postare un altro messaggio sul blog di Bultrini, in cui rimando qui. Se verrà pubblicato, probabilmente l'opzione 1 o 2 sono corrette. Se neanche questo messaggio verrà pubblicato, probabilmente l'opzione 3 è quella corretta. Aggiornerò il post a breve con la risposta [vedere aggiornamento alla fine del post].
27 giugno 2012 alle 10:30
@Mario Zampiero Secondo me hai commesso un errore, e cioè avere fiducia della “onesta intellettuale”, e quindi nell’imparzialità, di chi invece è dichiaratamente “partigiano” e quindi parziale. Partigiano tra l’altro di una “parte” a forte connotazione religiosa, e quindi non approcciabile tramite pragmatismo e analisi dei fatti ma soggetta a distorsioni ideologiche. E’ quindi purtroppo inutile tentare di discutere in maniera logica e “super partes” con chi “super partes” non è. Con chi, ad esempio, è pronto ad accettare per genuine le dichiarazioni del Dalai Lama su “genocidi culturali” e richieste di “autonomia e non indipendenza” e di “proteste pacifiche” ma a bollare come ipocrita propaganda le dichiarazioni di Pechino sulla ricerca di “armonia”. A chi è “super partes”, appare ovvio che si tratta di dichiarazioni propagandistiche di entrambe le parti, ma, evidentemente, ciò non è cosi banale per chi è dichiaratamente “partes”.
Eppure basterebbe andare a vedere cosa scrive il Dalai Lama in merito sui documenti ufficiali riguardo all’autonomia del Tibet(la regione storica, non quella ufficiale, quindi quasi 1/4 del territorio cinese, d’altra parte Tenzin Gyatso stesso non è di origini propriamente tibetane). Oppure riflettere sul fatto che finora il Dalai Lama non ha fatto nulla per fermare i giovani che si immolano in suo nome, se non blande dichiarazioni di impotenza (proprio lui, l’idolo indiscusso di chi compie tali azioni).
D’altra parte il pacifismo, nei fatti, non è mai stato una priorità dell’Oceano di Saggezza, dai tempi delle amicizie naziste a quelli del suo diretto coinvolgimento nei campi di addestramento armato dei guerriglieri tibetani sponsorizzati dalla CIA fino al suo supporto e legittimazione dietro lauto compenso della setta di Shoko “Gas Sarin” Asahara, Aum Shinrikyo e al supporto per il presidente Bush e le sue “buone intenzioni” specialmente il suo supporto alla guerra in Afghanistan rende chiaro che il Dalai Lama proprio non porge l’altra guancia.
Immagina poi cosa verrebbe detto di un italiano che parlasse di “genocidio culturale” della cultura milanese, poichè il governo italiano ha promosso l’immigrazione di massa dei meridionali verso il nord, al punto che ormai essi rappresentano la maggior parte della popolazione delle grandi città settentrionali. Neanche i più fanatici leghisti si spingerebbero a fare affermazioni simili.
Tra l’altro, conosco moltissimi cinesi di etnia mongola e sono tanto orgogliosi delle loro origini mongole quanto del fatto di essere cinesi. E non vedono assolutamente alcuna contraddizione in ciò, essendo tra l’altro due culture interrelate e soggette a reciproche influenze da centinaia di anni, con dinamiche simili peraltro a quelle in atto sempre da centinaia di anni tra cultura tibetana e cinese (e se per questo anche la cultura mongola e quella tibetana sono strettamente intrecciate, anche se sarebbe assurdo parlare di genocidio culturale subito dai mongoli da parte dei tibetani dato che in Mongolia è diffuso il buddismo tibetano). Una sparuta minoranza tra i mongoli cinesi che conosco, ce l’hanno con il governo cinese e con gli han, ma ovviamente questi sono quelli che hanno più risalto presso i media e sono quelli che più spesso sono in contatto con i giornalisti “occidentali”.
Ti conforto poi sul fatto che a me sembra chiaro che la tua ultima affermazione si riferisce all’ipocrisia della cultura occidentale e dei suoi rappresentanti, sempre pronti a vedere la pagliuzza negli occhi altrui ma mai la trave nei propri, per rimanere in tema religioso. Evidentemente l’ideologia di alcuni, oltre alle travi, negli occhi ci mette anche qualche fetta di salame. (e spero che ciò non risulti terribilmente volgare..)
28 giugno 2012 alle 21:11
nella lunga attesa e speranza che il mio precedente post venga approvato, vorrei se possibile controbattere ad alcuni punti della risposta dell’Autore al lettore Zampiero.
“Basterebbe riflettere sulla sorte dei mongoli”
Forse non si riflette abbastanza spesso sulla complessità delle dinamiche sociali presenti in Cina. Vorrei ricordare un avvenimento successo circa un anno fa (ricordo che amici mongoli emigrati nelle città dovettero tener chiusi i negozi una settimana per paura di scontri), quando un camionista Han uccise barbaramente investendolo un uomo di etnia mongola che bloccava il passaggio nel corso di una protesta contro le condizioni di lavoro nelle miniere di carbone. La risposta del governo cinese fu quella di emettere in tempo record una condanna a morte per il camionista. Questo per evidenziare, a prescindere dalla gestione politica della giustizia, che l’obbiettivo primario del PCC è sempre lo stesso, quello che peraltro il governo stesso non smette mai di dichiarare, e cioè la stabilità, a prescindere dall’etnia. Tant’è vero che è risaputo che le minoranze godono di privilegi che sono spesso negati agli Han. La politica del figlio unico non si applica alle minoranze, che godono anche di sgravi fiscali, agevolazioni per l’ingresso in università, tariffe sanitarie scontate, ecc.. Inoltre nei villaggi rurali ancora adesso si usa la lingua locale e il cinese, e ovunque le insegne sono almeno in due lingue. Insomma, se tali politiche fossero applicate in Italia, sarebbero il sogno di tutti i leghisti. Questo per dire che l’equilibrio tra il preservare le tradizioni e la modernità è estremamente difficile da raggiungere, se non impossibile. E tutto sommato le politiche del PCC non sono tra le peggiori a riguardo. Riguardo le migrazioni di massa, non sono certo iniziate con l’avvento del PCC, essendo dinamiche in atto perlomeno dall’ottocento, anche solo per ragioni geo-demografiche.
“i soldati cinesi sui tetti delle pagode”
qui mi sembra che sia l’Autore a macchiarsi di ciò che Egli addossa al lettore, e cioè di ignorare il contesto storico-sociale. Ricordo solo le proteste del 2008, in cui la città fu messa a ferro e fuoco dai rivoltosi, a prescindere dalle cause e le ragioni, che qui non è possibile approfondire.
“nel vedere una statua della Cappella Sistina per sempre deturpata dai picconi delle guardie rosse” qui l’autore omette di menzionare che i maggiori scempi di monumenti storici tibetani furono commessi in larga parte dai giovani tibetani delle classi popolari, spesso colti da furia cieca e pseudo-liberatoria per reazione alla consapevolezza di non essere più sottomessi al giogo della casta dei lama. Non lo dico certo io ma, per esempio, uno dei più rispettati conoscitori della storia tibetana, il dissidente cinese Wang Lixiong
“Al Dalai lama, nel lontano 1959, non fu data la possibilità di guidare il Paese"
forse potrebbe centrare qualcosa il fatto che fosse in combutta con la CIA già da diversi anni?
“chi può dire oggi se il corso del Tibet governato dal Dalai lama – nell’ipotesi che la Cina non l’avesse invaso – sarebbe stato più moderno e umano di quello cinese?”
come scrive l’Autore, la storia non si fa con i se e con i ma. Possiamo però studiare come andarono a finire tentativi simili, per esempio quello di Tsarong, illustre e celebre tibetano al servizio del 13mo Dalai Lama, che ci provò negli anni ‘30 e venne per questo duramente punito e degradato dall’aristocrazia tibetana, prima di morire in una prigione cinese.
“i tibetani non hanno avuto nessun ruolo – se non cerimoniale – nelle gerarchie comuniste nazionali”
Questa è una affermazione oggettivamente falsa. Solo per citare un esempio, faccio quello di Ngapoi Ngawang Jigme, nato nell’aristocrazia tibetana, combattente dell’esercito tibetano della prima ora, ha ricoperto importanti ruoli di rilievo nazionale ed internazionale all’interno del PCC, ed è ancora oggi rispettato sia dai cinesi che dai tibetani
“Sarebbe interessante leggere quali “straordinari passi in avanti in tema di diritti umani” siano stati compiuti in Cina”
Questa è un’affermazione a cui francamente ormai chiunque guardi la questione Cina con un minimo di obiettività potrebbe facilmente rispondere. A prescindere dal miglioramento delle condizioni di vita di centinaia di milioni di persone, un esempio tra molti, le condanne a morte e soprattutto le relative esecuzioni sono in netto e costante calo negli ultimi anni. “esprimere pubblicamente un dissenso di qualunque natura è considerata “un attentato alla sicurezza dello Stato” Anche questo è facilmente refutabile. Se l’Autore conosce il cinese, potrà leggere quotidiamente sui giornali cinesi denunce dei giornalisti riguardo a politici corrotti, condizioni di lavoro non degne, degrado ambientale ed altri temi al momento facenti parte dell’attualità politica e civile cinese. Vorrei fare anche l’esempio di Zhang Boshu, ex prof della Chinese Academy of Social Sciences, uno dei maggiori think tank e accademie cinesi. Egli scrive articoli come questo, in cui afferma senza giri di parole “”Tibetans have already made preparations for a democratic political system. Shouldn’t the central government in Beijing make similar preparations?” A onor del vero, il prof, che non è mai stato torturato, nè imprigionato, è stato recentemente licenziato dalla CASS e fatica a trovare un nuovo impiego. Ma, a pensarci, è cosi diverso da ciò che succede qui da noi? Possiamo immaginarci, chessò, un fervente critico della società occidentale a capo di una cattedra alla LUISS, o un anarchico che insegna alla Bocconi? Oppure, un giornalista di “libero” a favore del centro-sinistra o un giornalista di repubblica (e non ce l’ho in particolare con l’Autore di questo blog) che non sia allineato con il pensiero liberale-pseudodisinistra, tipico dell’occidente? Si potrà obiettare che sono giornali privati ed ognuno segue ovviamente una propria linea, ma io francamente faccio fatica, per usare un eufemismo, a trovare testate che rappresentino un pensiero autonomo e indipendente, slegato da quei pochi determinati e ormai arretrati schemi di pensiero che la fanno da padrone.
UPDATE 02/07/2012
Al momento Bultrini, che ha pubblicato un ulteriore lungo post di risposta agli interventi di cui sopra, ha pubblicato solo uno (il secondo) dei mei commenti, tra l'altro dopo un mio ulteriore sollecito. L'intervento pubblicato è stato in parte sintetizzato da Bultrini, ma senza che ciò ne pregiudichi il significato. Dispiace la non motivata "censura" (voluta o meno, ma tant'é..) dell' intervento relativo ad alcuni aspetti meno pubblicizzati della vita del Dalai Lama. Anche perché Bultrini nella sua risposta fa riferimento ad alcune frasi di tale intervento, ed i suoi lettori rischiano di non comprendere pienamente ciò di cui si sta discutendo.
martedì 18 ottobre 2011
Adolescenti Immolati in Tibet
Un atto estremo di disperazione e frustrazione è stato trasformato in una strategia meditata a sangue freddo orientata all'ottenimento di una rivolta e dell'indipendenza.
Tale nuovo atroce "stratagemma" non mi sorprende, poichè era stato preannunciato da lungo tempo che le tecniche dei movimenti independentisti tibetani avrebbero nuovamente abbandonato la non-violenza per cercare metodi di lotta a loro dire più "efficaci".
Non stupisce neanche che i soliti noti tendano a promuovere tali atti di (auto)violenza, come per esempio il già discusso Jamyang Norbu che scrive
"supporters fail to overcome their first natural reaction of dismay and horror, and are unable to view the sacrifices of the monks in the way that those young men wanted them to be seen: as calls to action for the cause of a free and independent Tibet.[...]There can be no doubt that the men acted not out of despair, not because they could not go on living any longer, and not because they thought it was all over for the Tibetan freedom struggle. [...] The self-immolations of the eight young monks were revolutionary acts of ultimate sacrifice to rouse the Tibetan people to action"
Ciò che dovrebbe sorprendere maggiormente è che al momento lo stesso Dalai Lama non sembra aver rilasciato nessuna dichiarazione orientata a fermare tale folle piano che porta giovani adolescenti a sacrificarsi tra atroci sofferenze in suo nome.
Le reazioni del leader dell' (ex) governo tibetano in esilio si sono limitate a esprimere "cordoglio" ed accusare come da prassi il governo cinese, senza alcun accenno al fatto che atti di violenza e suicidi dovrebbero essere vietati secondo le leggi del buddismo tibetano, come del resto lo stesso Dalai Lama aveva ribadito a seguito di un episodio simile ma isolato avvenuto nel 1998, prima che tale usanza divenisse strategia.
E' lo stesso Norbu che si compiace che
"This time around the Dalai Lama has not made any direct statement about the self-immolations, and the exile-administration has not called for it to be stopped. I am grateful for this reprieve, but I’m not holding my breath. Yet perhaps, finally, the leadership of the struggle has truly passed on to those willing to die for it."
In un mondo ideale, dovrebbe essere chiaro a tutti che tali tragiche e distorte pratiche non giovano a nessuno, ovviamente non al governo cinese, né alla causa tibetana né soprattutto ai giovani monaci tibetani. E ciò potrebbe essere un'occasione per trovare un punto di incontro tra RPC e CTA, con l'interesse comune di fermare i suicidi e allentare la tensione. Ma nel mondo reale nessuna delle parti in causa è interessata a trovare soluzioni di compromesso. Non il governo cinese, patologicamente incapace di comprendere come andare oltre al pragmatismo anti-ideologico che tanti traguardi ha permesso di raggiungere, ma non di conquistare i cuori oltre alle menti, dei tibetani cosi come di buona parte del resto del mondo.
E non il Dalai Lama, indaffarato a trovare il modo di continuare la propria lotta in condizioni sempre meno propizie, arrampicandosi sugli specchi per trovare il modo di mantenere il controllo anche dopo la propria uscita di scena, affermando che il governo cinese non ha diritto a scegliere il suo successore in quanto ateo. Accusando quindi la Cina di "doppi standard" non rendendosi conto dell'ironia che provoca tale affermazione se seguita da quella per cui la successione per reincarnazione del Dalai Lama o meno verrà decisa, in un curioso mix di usanze religiose ancestrali e teorie politiche moderne, in maniera democratica dal "consiglio dei saggi", e comunque non è detto che il Dalai Lama debba reincarnarsi in un neo-nato, potrebbe anzi scegliere di trasferire i propri "poteri mentali" ad un'altra persona già adulta. Insomma, un avvicinamento alle pratiche cattoliche del papato, molto più pratiche dal punto di vista della trasmissione del potere. Niente di strano in un mondo post-moderno post-coloniale, né più né meno di un governo dichiaratamente ateo che voglia scegliere (come peraltro è avvenuto almeno dal '700, quando il Tibet era un protettorato cinese, fino al collasso e perdita di controllo del territorio della Cina all'inizio del XX secolo) il successore di una casta religiosa.
venerdì 16 maggio 2008
Letture Interessanti: Round Up
TERREMOTO IN SICHUAN:
CNReview ospita una lista di organizzazioni di soccorso per l'emergenza in Sichuan.
Crossroads ha una lista simile, altri modi per contribuire con un aiuto economico si trovano cliccando sul banner della croce rossa cinese in alto a destra.
Blogging for China propone anche le considerazioni di un volontario cinese che con un gruppo di amici è andato nelle zone colpite per dare una mano.
"I haven’t closed my eyes for two days. I’m a student from Wuxi’s Professional Health Institute...I really am not used to those Sichuan provincial leaders. We’re chewing on bread rolls, and our beloved PLA Army, Armed Police warriors… they’re chewing only on dried instant noodles. But those leaders are eating two warm dishes and rice. At lunch I saw the premier while he was resting, and he was only eating a roll and salted vegetables. I cried at that moment...The parking lot is the most tragic of places, none of us want to be there. Because we see those injured mothers, staring at their children’s already cold bodies. We grief, and hate ourselves for being so helpless. But we really can’t help, we can’t life those rocks. All that we can do is bring those mothers and fathers a warm blanket on this frigid night."
Chinadialogue ha un articolo di Cleo Paskal su come difendersi dai rischi ambientali.
"the three R’s, are:
• Reinforcing mitigation and adaptation before the event through good planning, communication and regulations;
• Executing an effective rescue during the crisis;
• Supporting a long-term regional recovery to lessen the disruptive social and economic impacts.
By looking at this graph of vulnerabilities, it becomes clear that some of the richest countries are also among the most wanting of counter-measures. In the US, Hurricane Katrina exposed failures on all six fronts...It is also telling what happened to coastal southeast China in the summer of 2006. By August 11, it had been hit by eight typhoons...Here, China failed in reinforcing (government), in part through replicating the US in allowing development in flood prone-areas, but it came through in rescue (government)."
Three Gorges Probe si chiede se la Diga delle Tre Gole col suo peso sia una delle cause della potenza devastante raggiunta dal terremoto, insieme ai movimenti della placca indiana e alle proprietà geologiche del terreno nell'area colpita.
In un altro articolo di TGP si analizzano i dati causati dal terremoto alle dighe circostanti l'area.
Cercando di chiudere con una nota positiva, una minuscola goccia nell'oceano rappresentato dalla tragedia del terremoto, China Daily ha un articolo su una ragazza di etnia han salvata da un ragazzo tibetano e due Qiang.
TIBET:
Nicholas Kristof si è recato nelle regioni tibetane del Gansu e Qinghai, nonostante il divieto delle autorità cinesi, per investigare sulla situazione.
"the recent anti-Chinese protests spread across a larger area in traditional Tibet than is sometimes realized. This was, in effect, a popular uprising against Chinese rule throughout Tibetan areas, and the region is still seething...The Dalai Lama and pro-Tibetan Westerners were far too leisurely about condemning Tibetan brutality, and America came across as hypocritical for apparent indifference when the victims in Tibet were Chinese...But even where protests were entirely peaceful, the repression has been merciless...At Labrang Monastery in Xiahe, almost 10,000 feet high in the mountains, more than 220 Buddhist monks were arrested and beaten, local Tibetans said. The great majority has been released, but some are still hospitalized because of injuries. Some monks are hiding in the mountains, and they are all terrified...Living standards have improved," the herdsman conceded, yet he had joined the demonstrations against Chinese rule. His priority, he said, wasn't wealth but freedom to worship the Dalai Lama."
(UPDATE 18/05: è uscito un altro articolo di Kristof sul suo viaggio, anche questo molto interessante, forse più del primo)
Il prof. Zhang Boshu (张博树) della Chinese Academy of Social Sciences di Pechino ha pubblicato un articolo sul passato recente del Tibet, interessante, oltre che per quanto scritto, anche perchè sembra smentire il fatto che in Cina ci siano limiti insuperabili a ciò che si può scrivere (il prof. arriva a scrivere che "Tibetans have already made preparations for a democratic political system. Shouldn't the central government in Beijing make similar preparations?"):
"In 1962, the Panchen Lama, who was ranked as a "national leader" wrote a letter to Premier Zhou Enlai expressing his deep sorrow at what he had seen and heard of the suffering of the Tibetan people...I might as well quote from it here:
"Formerly Tibet was a dark and barbarous feudal society but there had never been a shortage of grain like that, especially since Buddhism permeated the society, everyone rich and poor, had the custom of helping the poor and giving alms. People could easily support themselves as a beggar, so we never of anyone ever having starved to death."
With opening and reform, especially since the early 1990s and the turn of the new century, the Chinese economy has grown very quickly. The central government has also certainly invested a lot of capital in Tibet...The overall economic level of Tibet improved considerably as a result. However the political structure remained the same as before...in Tibet there is no true religious freedom...An even more deadly consequence of the strict control of religion have been breaks in the transmission of Tibetan Buddhism...since 1959 this continuous process has been interrupted. From the 1980s to the present, although on the surface religious activities have been renewed, it has become hard to find a trace of the very core of the religion...Beijing may not completely trust the statements of the Dalai Lama because overcoming political enmity built up over a long time will take time and face-to-face communication. However, indiscriminately demonizing the other side, charging that the Dalai is the commander in the "Tibet independence camp"...can only put the Dalai Lama in a difficult situation (while he is trying to put pressure on radical forces among Tibetans) and put the Chinese communists into a political dead end (frozen into the rigid face of the dictator ), giving up the freedom of maneuver needed in political negotiations. Isn't this an extremely stupid way to behave?! "
Per un saggio approfondito e competente sulla storia del Tibet recente rimando al sempre valido (e ormai celebre nella blogosfera) articolo di Wang Lixiong.
ALTRO
Qualche altra segnalazione degna di nota:
The Emergence of Real Trade Unionism in Wal-Mart Stores propone una serie di traduzioni da blog cinesi di dipendenti di Wal Mart in merito alla recente costituzione di sindacati all'interno della compagnia.
Infine, per non dimenticare, Dui Hua smentisce che la pena attribuita a Hu Jia sia stata più lieve del solito, come affermato dai media governativi cinesi e avanza ipotesi sui motivi nascosti dietro la celerità di tale sentenza.
domenica 11 maggio 2008
Cyber-warfare
" The core of the assault is that the Chinese are constantly scanning and mapping India’s official networks. This gives them a very good idea of not only the content but also of how to disable the networks or distract them during a conflict.
This, officials say, is China’s way of gaining "an asymmetrical advantage" over a potential adversary."
Solo un giorno prima, il 4 Maggio, notizie simili erano giunte dal Belgio:
"Over the last few weeks, hackers have repeatedly attempted to break inside the computer network of the Belgium Federal Government as well as other organizations located in Belgium.
On Friday, May 2, Jo Vandeurzen, the Belgian minister of justice, announced that his government believes the attacks were conducted from China, most likely at the request of Beijing.
"The context of this affair and all the clues lead to China," Vandeurzen said. The Belgian Minister added that it was not known whether the hackers had succeeded in their attempt to hack the Belgian government network.
Although it is also unclear why Beijing would target the Belgium network, Vandeurzen suggested that China's interest likely results from the presence in the country of most of the European Union institutions as well as the Headquarters of the North Atlantic Treaty Organization (NATO).
Vandeurzen also suggested that the role played by Belgium in Central Africa might be relevant to this affair."
Nel settembre 2007 c'era stata un'altra ondata di notizie simili: intrusioni informatiche attribuite ad hacker cinesi erano state segnalate in Germania, Francia e Inghilterra. Sempre a Settembre L'Economist ed il Financial Times avevano riportato di un attacco informatico ai danni del Segretario alla Difesa U.S.A. ed ex Direttore della C.I.A. Robert Gates.
Il FT scrive:
"The PLA regularly probes US military networks – and the Pentagon is widely assumed to scan Chinese networks – but US officials said the penetration in June raised concerns to a new level because of fears that China had shown it could disrupt systems at critical times."
L'Economist aggiunge:
"A recent Pentagon report said Chinese military exercises include launching a “first strike” attack on enemy computers, presumably to cripple America's highly networked military operations or, worse, disrupt civilian life there. Achieving “electromagnetic dominance” early in a conflict, says the report, is seen by the PLA as an important means by which the weaker Chinese forces could defeat the stronger American ones. Other “asymmetric” means would include trying to cripple America's military and communications satellites, as demonstrated last January with a missile test that blasted an old Chinese weather satellite."
Un articolo che riassume bene gli eventi è quello del Christian Science Monitor del 14 Settembre 2007:
Yet a central aim of the Chinese hackers may not have been top secrets, but a probe of the Pentagon network structure itself, some analysts argue. The NIPRNet (Non-classified Internet Protocol Router Network) is crucial in the quick deployment of US forces should China attack Taiwan. By crippling a Pentagon Net used to call US forces, China gains crucial hours and minutes in a lightning attack designed to force a Taiwan surrender, experts say."
"Today, of an estimated 120 countries working on cyberwarfare, China, seeking great power status, has emerged as a leader.[...] China is hardly the only state conducting cyberespionage. "Everybody is hacking everybody," says Johannes Ullrich, an expert with the SANS Technology Institute, pointing to Israeli hacks against the US, and French hacks against European Union partners. But aspects of the Chinese approach worry him. "The part I am most afraid of is … staging probes inside key industries. It's almost like sleeper cells, having ways to [disrupt] systems when you need to if it ever came to war."
"Probes of the Pentagon system that would bring US intervention should China attack Taiwan are part of a program dating to the 1990s that links cyberwarfare to real-world military action by China's People's Liberation Army. The very probe shows success in China's long-term program, experts say."
Viene anche proposta un'analisi del mondo degli hacker cinesi:
"Much of the hacking prowess in China is attributed to "gray hat" hackers – techie mercenaries, often younger males, geeks proud of the title – who can be mobilized to attack systems if needed, experts say.
In cyberparlance, black hats are hackers whose professional life is spent trying to attack other systems. White hats are those who defend against attacks. But China is regarded as having a substantial number of hackers in the gray middle – cutting-edge technopatriots loosely affiliated with the Chinese government, but who are not formal agents of the state.
This allows many Chinese hackers to exist in a zone of deniability. To be sure, provability and deniability are central in cyberwarfare. The most difficult problem is how to prove who hacks a system."
Si tocca qui un punto cruciale di tutta la vicenda. Gli attacchi informatici, per loro natura, sono virtualmente e praticamente impossibili da rintracciare con certezza. La Cina ha peraltro ufficialmente e sistemicamente negato tutte le accuse che gli sono state avanzate in proposito.
A proposito l'articolo del CSM scrive:
Proving cyberattacks involves what Mulvenon calls the "Tarzana, California, problem." How does one know an attack "isn't coming from a kid in Tarzana who is bouncing off a Chinese server?" Mulvenon asks. "You don't. You can't predicate a response based on perfect knowledge of the attacker. But we think that correlation is causation. That is, 'Who benefits?' The best-case analysis is to correlate attacks with what Chinese have always said and written their goals are, which makes them by far the most likely suspect."
Quindi la tecnologia informatica rende possibile compiere attacchi in qualsiasi sistema ma non è in grado di rintracciare con certezza l'esecutore dell'attacco. Per fare ciò è necessario tornare ai tradizionali metodi investigativi e chiedersi chi ha interesse a compiere l'attacco? Chi è interessato all'utilizzo di tali tecnologie?
Già dagli anni '90 venivano studiate strategie che tenevano in grande conto le tecnologie informatiche, le cui possibilità erano analizzate con particolare riferimento ai potenziali danni che tali tecnologie avrebbero potuto rappresentare in mano a gruppi o individui criminali o applicate a possibili scenari futuri di guerra.
Sono disponibili anche documenti in italiano a riguardo. Nell'introduzione a Guerra Senza Limiti (超限战, Unrestricted Warfare, 1999) di Qiao Liang e Wang Xiangsui, Colonnelli superiori appartenenti all'Aeronautica Militare dell'esercito cinese , il Generale dell'Esercito Italiano Fabio Mini riporta un articolo del 1995 di Hong Shan dell'Università della Difesa che scrive:
"Hu Xiuzhi, direttore della fabbrica militare 7425 di Nanjing, metteva in evidenza che la seconda rivoluzione dell'informazione, che sta ora avvenendo in tutto il mondo (la "superstrada dell'informazione"), è destinata ad influenzare lo sviluppo della difesa nazionale e cambiare le caratteristiche delle operazioni e l'organizzazione delle forze armate. [...] Questa rivoluzione ha la propria punta di lancia nella tecnologia dell'informazione"
Il libro dei due colonnelli presenta la loro teoria di guerra asimmetrica, per cui
"Guerra senza limiti significa superare i confini, le restrizioni e perfino i tabù che separano il militare dal non-militare, le armi dalle non-armi, e il personale militare dai civili."
Tale visione ha la caratteristica di racchiudere in un sistema globale tutti i centri di potere in competizione tra loro, siano essi organizzazioni di tipo governativo, non-governativo, militare, criminale, finanziario, economico, politico, regionali, nazionali, sovra-nazionali o quant'altro, e studiarne le metodologie da essi utilizzate, per avere la possibilità di prevederne le minacce, accertarne i rischi e sviluppare eventuali opportunità.
In questo sistema la tecnologia informatica e la cyber-warfare acquistano una importanza non secondaria, in special modo in un contesto di guerra asimmetrica in cui si è parte "debole" in caso di conflitto convenzionale.
Nella traduzione della C.I.A. di Unrestricted Warfare si legge:
"in past wars, the smallest combat element was the combination of a man
and a machine, and its usefulness would normally not go beyond the scale of battles.
In beyond-limits war, by contrast, the man-machine combination performs multiple offensive functions which span the levels from battles to war policy. One hacker + one modem causes an enemy damage and losses almost equal to those of a war. Because it has the breadth and secrecy of trans-level combat, this method of individual combat very easily achieves results on the strategic and even war policy levels."
D'altra parte, dal punto di vista cinese, la crisi finanziaria asiatica del '97 e il bombardamento dell'ambasciata cinese a Belgrado nel '99, fino alle interferenze di Paula Dobriansky e Nancy Pelosi in Tibet, e alle trasmissioni in tibetano di The Voice of America e The Voice of Tibet, non sono altro che ulteriori tecniche di guerriglia in un contesto asimmetrico, che si affiancano alle strategie confrontazionali poste in atto in un contesto più convenzionale, come quello della NATO o dello Scudo di Difesa Missilistica Globale.
Inoltre, come abbiamo visto nel mondo almeno 120 paesi sono autori di attacchi informatici, e gli stessi Stati Uniti D'America sono all'avanguardia in tal senso. L'aviazione dell'Esercito Americano comprende la 67th Network Warfare Wing, che
"Organizes, trains, and equips cyberspace forces to conduct network defense, attack, and exploitation. Executes full spectrum AF network operations, training, tactics, and management for AFNetOps/CC and combatant CCs."
charged with safeguarding America by dominating air, space, and cyberspace.[...] Mastery of cyberspace is essential to America’s national security. Controlling cyberspace is the
prerequisite to effective operations across all strategic and operational domains—securing
freedom from attack and freedom to attack. We will develop and implement plans for maturing
and expanding cyberspace operations as an Air Force core competency. We will provide decisionmakers flexible options to deter, deny, disrupt, deceive, dissuade, and defeat adversaries through a variety of destructive and non-destructive, and lethal and non-lethal means."
"Cyberspace is the foundation for a growing portion of our commerce, critical infrastructure,
and national security. Securing our nation’s critical infrastructure will increasingly depend upon effective cyberspace operations and exploitation of cyber technology"
"Cyberspace favors offensive operations. These operations will deny, degrade, disrupt, destroy, or deceive an adversary. Cyberspace offensive operations ensure friendly freedom of action in cyberspace while denying that same freedom to our adversaries. We will enhance our capabilities to conduct electronic systems attack, electromagnetic systems interdiction and attack, network attack, and infrastructure attack operations. Targets include the adversary’s terrestrial, airborne, and space networks, electronic attack and network attack systems, and the adversary itself. As an adversary becomes more dependent on cyberspace, cyberspace offensive operations have the potential to produce greater effects."
Francia e Israele sono state implicate in un attacco informatico ai danni di network militari dell'Air Force americana.
E' sempre del ricorrente Settembre 2007 la notizia che in Germania, come negli U.S.A., la polizia potrà usare police-ware per le proprie indagini:
"A scandal is brewing in Germany and elsewhere as revelations spread that the German government plans to use trojans and other forms of malware (so-called "policeware") to spy on and track persons of interest. The plan would entail using official, legitimate e-mail channels (messages from legitimate business or government entities) in order to install specialized malware on the computers of suspected terrorists."
La notizia (update 13/05: il 27 Febbraio la Corte di Giustizia tedesca ha dichiarato l'uso di "policeware" una violazione della privacy e quindi della Costituzione) è ripresa dal Blog di New Scientist nell'interessante commento alla notizia dell'attacco informatico al Pentagono riportato dal Financial Times, in cui si fa notare la coincidenza del fatto che tali notizie, se pur riguardanti fatti risaputi da anni, escono, senza che venga fornito un contesto, in concomitanza di particolari eventi, ad esempio l'incontro di Hu Jintao con Bush e la Merkel, sempre a Settembre 2007, o più recentemente gli scontri in Tibet. In pratica per l'ennesima volta i media utilizzano informazioni slegate dal loro contesto per secondi fini. A questo proposito il Blog Mutant Palm ha pubblicato un paio di post a riguardo delle solite manipolazioni ed esagerazioni dei giornali.
A questo proposito, oltre ai già citati articoli sulle intrusioni in India e Belgio, recentemente (il 10 Aprile) Business Week ha pubblicato un lungo articolo intitolato "The New E-spionage Threat" a riguardo di supposti attacchi compiuti da hacker cinesi, la maggior parte dei quali partiti da un sito di domini web basato a Changzhou chiamato "3322.org". L'articolo riporta anche di una "operazione classificata" del Governo degli U.S.A. chiamata "Byzantine Foothold" creata
"to detect, track, and disarm intrusions on the government's most critical networks".
Altri attacchi (che, perlomeno quelli realmente avvenuti, sembrano essere stati fatti utilizzando tecniche semi-professionali tipo Distributed Denial of Service, sul tipo di quelli utilizzati in scala molto maggiore giusto un anno fa in Estonia) recentemente hanno avuto come obiettivo siti dedicati al Tibet, ad esempio hanno riportato di aver subito attacchi informatici Capital.fr, il sito del Governo Tibetano in Esilio (questo caso particolare è stato da me discusso in un precedente post), e Students For a Free Tibet.
E' chiaro per quanto visto finora che gli indizi presentati dall'articolo di Business Week e dagli altri non possono provare un coinvolgimento reale di hacker cinesi. La tecnologia non aiuta nel rintracciare il vero colpevole dietro il labirinto di server.
E' quindi quantomai necessario non fare di tutta l'erba un fascio, ma piuttosto analizzare i casi ad uno ad uno, per considerare di volta in volta se sia più probabile si tratti di: attacchi che coinvolgono direttamente organi militari o privati atti a prendere il controllo di network strategici o per operazioni di spionaggio; attacchi DDoS o semplici defacement organizzati da gruppi individuali o organizzati che possono essere più o meno allineati alle politiche del proprio governo; accuse fasulle, tentativi propagandisti atti a disinformare per danneggiare l'avversario.
Con la consapevolezza che, per quanto plausibile possa essere a seconda dei casi ciascuna delle varie ipotesi, lo stato attuale della tecnologia informatica, e la struttura stessa di tale disciplina, rendono impossibile accertare chi sia la vittima e chi il carnefice, e di conseguenza un' adeguata e definitiva analisi del livello effettivamente raggiunto dalla Cyber-warfare.
venerdì 9 maggio 2008
China: Inside The Dragon

Tra gli altri articoli interessanti c'è ne uno molto lungo, My Life in Forbidden Lhasa, pubblicato dalla stessa rivista nel 1955 a firma dell'ormai famoso ex alpinista, ex nazista Heinrich Harrer, che aveva pubblicato Sette Anni in Tibet 2 anni prima. Un altro articolo più recente (del 2002) sul Tibet è Moving Forward, Holding On.
Questi ed altri articoli, sempre relativi alla Cina, contenuti nella rivista sono raggiungibili dalla pagina iniziale. Da segnalare anche la Geopedia sulla Cina.
martedì 29 aprile 2008
Tehelka e Tibet
"the ultimate aim of any protest movement surely is to cause a change in the behaviour of the targeted party. In order to succeed, it is vital that the message conveyed by the demonstrators is clear and unambiguous. The target must know what the protesters want, so that it may weigh and choose between the pros and cons of undertaking that course of action."
"The non-violent campaign to propagate the ‘Middle Way’ formulation of the Dalai Lama has been compared to the Gandhian satyagraha movement. But there are significant differences. Each of Gandhiji’s fasts or marches had a clearly specified goal."
"Unlike Gandhi’s satyagraha, Tibet is a geopolitical hot potato attracting many players with diverse motivations. While many may broadly support the Dalai Lama’s ‘Middle Way’ formula of ‘genuine autonomy’, there are other strands of very different hues. At one end are pacifists who wish to avoid violence in Tibet. Others focus on religious freedom or ecological conservation. There are groups who have declared themselves quite forthright about seeking nothing less than full Tibetan independence. Yet other sympathizers have their main interests in human rights, Darfur, Xinjiang or the Falun Gong. There is also undoubtedly a sinister fringe that is cynically unconcerned about Tibet but quite happy to promote any action to destabilize China and even encourage ‘regime change’ in that country. Finally, there is the Hollywood chic and Page 3 element for which Tibet is once again the flavour of the day. It is unclear to what extent everyone in this motley coalition accepts the Dalai Lama’s leadership."
"Gandhi studied his opponents very carefully. He knew in what way and how far he could push the British."
"It is not quite clear whether the end game in Tibet has been similarly thought through. If not, an escalating series of inchoate and unfocussed protests is likely to have the opposite effect on Beijing. As calls from different countries mount for it to negotiate ‘genuine autonomy’ with the Dalai Lama, as yet others threaten to boycott the opening ceremony of the Olympics, China would still remain uncertain about whether the Dalai Lama is in full control of the agenda. Is he or is he not a ‘splittist’? Or is that a secret agenda of India and/or the USA? Unless reassured on these questions, any negotiations that China may hold with the Dalai Lama will remain superficial. Not only that. A bewildered Chinese public would feel greviously humiliated at the way the Olympics have been hijacked, and their Government pressurized and pushed around. Extreme nationalism will probably be the result. An angry and resentful China would be a risk for the world, and particularly so for India."
"For the Dalai Lama to be a credible interlocutor, he must establish ‘genuine autonomy for Tibet within China’ as the negotiating pivot, and disassociate himself explicitly from any conflicting objectives and activities espoused by the émigrés. India has a key role to play, with diplomacy and dignity, conveying discreet but clear assurances to Beijing that it is committed to China’s integrity and is not machinating to the contrary in the background, with or without US encouragement."
La stessa rivista ha pubblicato nel numero precedente
una serie di articoli sui movimenti pro-tibet e la loro posizione in merito alle proteste anti-cinesi: Less Love More Politics contiene anche un'intervista a Lhasang Tsering; It's Time To Break Rules Both Inside and Outside contiene un'intervista a Tenzin Tsundue (nella foto qua sopra), People Can't Carry Their Pain Everyday contiene interviste ad altri attivisti tra cui Ngawang Woeber.Nel numero attuale di Tehelka è possibile trovare altri articoli sulla situazione in Tibet. A margine, segnalo anche questa interessante recensione del nuovo libro di Bill Emmott, sempre di Ravi Bhoothalingam.
domenica 13 aprile 2008
ripercorrere le tappe dell'attuale crisi in Tibet
Ovviamente quella che segue è semplicemente la mia versione della storia, non è La Storia, ma credo che chi continui la lettura possa trovare interessanti spunti di riflessione.
Nonostante il circo mediatico mondiale abbia puntato i propri riflettori sul Tibet, non mi è ancora capitato di leggere un articolo da parte di una qualsiasi tra le testate giornalistiche italiane e straniere, che abbia trattato e descritto la situazione politica odierna in Tibet. I giornali cinesi accusano la "cricca" del Dalai Lama senza fornire maggiori dettagli, e la stampa occidentale si limita ad accusare tutta o quasi la controparte cinese di essere al soldo della propaganda governativa e non ritiene evidentemente necessario cercare di chiarire tali questioni ed approfondirle.
Se a qualcuno venisse la legittima curiosità di sapere chi, oltre al Dalai Lama, svolge un ruolo importante all'interno del governo tibetano in esilio e di conoscere meglio gli esponenti delle varie fazioni, più o meno moderate, presenti all'interno di tale "governo", non riceverebbe molto aiuto dai fiumi di parole stampate su tutti i giornali in questi ultimi mesi.
Al cittadino curioso e deciso a saperne di più, non resta che affidarsi alle armi a sua disposizione, un pc collegato ad internet e qualche buon motore di ricerca, per cercare da sè le informazioni, consapevole della limitatezza e parzialità dei propri mezzi, ma non potendo fare altro visto che coloro i quali sono pagati per informare evidentemente non ritengono necessario (neanche al fine di cercare possibili soluzioni alla crisi in corso) analizzare nel dettaglio tutti i fattori in gioco.
Una domanda che credo sorga spontanea nel giudicare i fatti recentemente accaduti in Tibet, è chiedersi quali siano le organizzazioni e le persone che potrebbero avere un ruolo rispetto a quanto successo.
A tale proposito, qualche settimana fa avevo cercato di saperne di più ed ero risalito, grazie anche all'aiuto di altri blog, al Tibetan's People Uprising Movement, sigla "ombrello" sotto la quale si riuniscono 5 tra le maggiori organizzazioni dedicate al raggiungimento dell'indipendenza del Tibet.
Sono presenti su questo blog miei commenti in cui linko a documenti e dichiarazioni di tale organizzazione, a partire dal Gennaio '08, in cui si può vedere chiaramente come il movimento stesse preparando atti dimostrativi in tutto il mondo in previsione delle Olimpiadi di Pechino e della ricorrenza del 10 Marzo in Tibet, ed incitando la popolazione di etnia tibetana in Cina a ribellarsi contro il governo cinese allo scopo di ottenere l'indipenzenza di tutte le genti di etnia tibetana.
Credo che una presentazione delle più importanti personalità all'interno di tali movimenti indipendentisti sia utile per chiarirne ulteriormente motivazioni, scopi e metodologie.
I molteplici gruppi pro-tibet più "intransigenti", che considerano l'indipendenza del Tibet obiettivo irrinunciabile della loro lotta, da raggiungere attraverso qualsiasi mezzo, sono rappresentati, oltre che dal TPUM, da alcune tra le più famose e carismatiche figure all'interno del Governo Tibetano in Esilio.
Tra i padri spirituali e culturali della "linea dura" fanno parte lo scrittore tibetano ed ex "combattente" Jamyang Norbu e lo scrittore-poeta Tenzin Tsundue, mentre da un punto di vista più politico-operativo, due tra le figure di spicco del movimento sono Tsewang Rigzin (presidente del Tibetan Youth Congress) e Karma Yeshi (membro del governo tibetano in esilio, editor di "The Voice of Tibet"). Tutti e 4 fanno parte o hanno fatto parte del Tibetan Youth Congress.
Ovviamente tali gruppi sono attivi da molto prima del marzo scorso, da prima ancora che le Olimpiadi venissero affidate a Pechino. Risale all'aprile 1999 un documento, firmato da Norbu , intitolato "Rangzen Charter" (Rangzen significa libertà in tibetano, ma è chiaro che il vero significato è "indipendenza") che può essere definito il "manifesto" dei movimenti indipendentisti tibetani.
In tale documento viene lucidamente analizzata la situazione di stallo del dialogo tra Dalai Lama e PCC,
"as in 1959, the Tibetan people are being called upon by history to make a choice [...] the Tibetan people's hope for Rangzen still stubbornly refuses to be crushed"
Norbu afferma che è la stessa identità nazionale e culturale dei tibetani che che non gli consente di accettare un governo "cinese", neanche se in un contesto di autonomia:
"the strength of Tibetan cultural and national identity makes the Tibetan people unable to accept Chinese rule[...]The hope for any kind of autonomous status under China is not realistic because it assumes that the Chinese system is flexible enough or tolerant enough to accommodate different political or social systems within it."
Norbu concorda curiosamente con Wang Lixiong sul fatto che, come avevo già evidenziato in un precedente commento, "one of the reasons for the 1987 Lhasa demonstrations was the relaxation of earlier repressive policies" (a differenza di quanto comunemente si pensa, e cioè che le recenti violenze siano state scatenate da un inasprimento della repressione sul Tibet) volendo con questo indicare come
"Economic improvement in the lives of Tibetans in Tibet, even if it did happen (which it hasn't in a meaningful sense) would not significantly alter their feelings in this regard [...]Even if, in the most unlikely future, China were to agree to some kind of autonomous status for Tibet it would have to maintain its full apparatus of repression in Tibet, as it is doing now, to crush the inevitable resurgence of the desire and struggle for independence - which would negate the very idea of autonomy".
Questo scritto solamente basterebbe a far capire come, dal punto di vista degli indipendentisti, sia inutile anche solo parlare di dialogo con il PCC, e che non esiste altra soluzione per il Tibet se non l'indipendenza assoluta e totale dalla Cina.
Il passo successivo consiste nel chiedersi se tale obiettivo sia realmente perseguibile. Ovviamente la loro risposta è si, e qui, a mio parere, cominciano i rischi e la seria minaccia che tali movimenti rappresentano per il PCC, e quindi per la stabilità e la pace in Tibet e in Asia.
Infatti, Norbu prosegue affermando che
"The reality of China is a country in terminal decline[...]a gradual and peaceful transition to a democratic China is a near impossibility[...] The possibility for anarchy and chaos is very real. In such an eventuality windows of opportunity for the realisation of Tibetan independence would certainly open up[...] At the same time, it must be stressed that achieving Rangzen does not merely depend on waiting for China to self-destruct. Tibetans could contribute to that process by bringing about destabilisation inside Tibet and by organising international economic action against China."
Sembra abbastanza chiaro che tali affermazioni, in particolare l'ultima, non possono essere accettate (per usare un eufemismo) dal PCC.
A rincarare la dose ci pensa Tenzin Tsundue, che afferma che
"we are in position and indeed are seriously seeking partnership with other countries, communities and parties who are directly affected and are fighting the corrupt and degenerated communist government of Beijing[...]Independence of Tibet is my childhood dream and no matter what it takes, I will make sure it happens in my lifetime[...]There will be a time when China can no longer hold control on all the occupied countries: Mongolia, East Turkmenistan, Tibet, Manchuria and the dissent from within China, as T.S Eliot prophesied "centre cannot hold, things fall apart." Independence is a possibility, autonomy is begging.[...] The Devastation of this Chinese Glass World will be the biggest event of this new century[...] The strategic purpose of working from exile is to give support to the struggle that is going on inside Tibet".
La metodologia proposta da tali pensatori è quella di "an active non-violent resistance, where we confront our adversary rather than trying to engage with them". Tuttavia la retorica della non-violenza è spesso ambiguamente contraddetta da allusioni varie e dalla consapevolezza che comunque ogni mezzo è buono se il fine è quello dell'indipendenza.
In uno scritto più recente a riguardo, del Maggio 2004, sempre Norbu dapprima giustifica i combattenti (essendo lui stesso uno di loro) che hanno difeso l'indipendenza tibetana con la forza delle armi
"this mission to project Tibetan history and contemporary events through the rose-tinted lens of official pacifist ideology ignores the sacrifice and courage of the many thousands of Tibetan freedom fighters (monks and lamas included) who took up arms to fight for the freedom of their country", per poi evidenziare come in realtà la non-violenza non sia un cardine così fondamentale della lotta tibetana "Mahatma Gandhi[...] felt that terms like "pacifism" or "non-violence" did not fully convey the essential spirit of his philosophy of action[...] "I make no distinction, from the point of ahimsa," Gandhi argued, "between combatants and non-combatants [...] The point I am trying to make here is that though Gandhi was himself unwaveringly committed to his non-violent ideology he did not allow it to blind him to reality, nor lead him into dishonesty in its propagation. He did not hesitate to state that recourse to violence was not something that could be entirely avoided in the course of human affairs. [...] Tibetan ideas on non-violence are, by comparison, confused, naive, and in certain cases seem to derive from magical beliefs inherent in traditional Tibetan thinking[...] people and nations are sometimes confronted with problems where violent action seems to be not only the only possible solution but the heroic and wise one as well. [...] was it wrong for the people of Lhasa to rise up in armed rebellion to protect the life of the Dalai-Lama? Was it wrong of the Dalai-Lama to use the armed escort of resistance fighters to escape from Lhasa?[...]the Dalai-Lama owes his freedom, his present international stature and maybe even his Nobel Peace Prize to violent men who rescued him [...] This article does not seek to advocate that Tibetans take up arms here and now, but to point out to our leaders and friends that the complexities of human affairs call for a more eclectic and robust approach to the Tibetan problem than the current pacifist inertia." Norbu conclude il suo articolo con queste parole "Use peaceful means where they are appropriate; but where they are not appropriate, do not hesitate to resort to more forceful means."
Jamyang Norbu fa anche parte della Rangzen Alliance (consigliata una visita), dal cui sito cito:
"The Rangzen Alliance believes that only an active, fearless and unwavering conduct of the Freedom Struggle by Tibetans is the road to the eventual achievement of this goal.
That the struggle will require the commitment and sacrifice of the Tibetan people for its success. That the struggle is not an intellectual pastime, a sinecure, a diversion or a charitable cause, but a revolutionary movement demanding courage and sacrifice[...] Only and unless we can cause China sufficient loss or damage to its economy, image or security, will it ever agree to even the minimum of concessions[...] The Rangzen Alliance is convinced that China is an anti-human, totalitarian state bent on the eradication of Tibetan identity and people[...] The Rangzen Alliance salutes the courageous freedom fighters inside Tibet". In realtà nonostante i toni forti l'unica iniziativa che viene ufficialmente sostenuta è "una campagna globale di azione economica diretta contro la Cina".
Se questi sono i maggiori ideologi del movimento indipendentista, è utile ora approfondire le gesta di due tra le figure principali del Tibetan's People Uprising Movement, Karma Yeshi e Tsewang Rigzin.
Il primo, membro del "Parlamento Tibetano in Esilio", ex presidente del Tibetan Youth Congress ed editor di The Voice of Tibet, ha iniziato a battersi per il boicottaggio delle Olimpiadi prima ancora che esse venissero assegnate alla Cina; Nel Giugno 2001 una lettera minatoria è inviata
"a tutti i membri del CIO nel mondo e alla sede centrale di Losanna", in cui si legge: "giuriamo di riuscire ad ogni costo a scovare le persone che voteranno a favore della candidatura cinese"…"mostreremo quanto siano forti la nostra determinazione e i mezzi in nostro possesso"…"questa è un’autentica e seria minaccia di rappresaglia contro i membri del CIO che voteranno a favore della Cina, contro il quartier generale di Losanna e contro il pacifico svolgimento dei Giochi Olimpici dell’anno 2008 nel caso si svolgessero in Cina...ricordate che non possiamo accettare che la Cina ospiti i Giochi e, in ogni caso, non abbiamo nulla da perdere. Ricordate inoltre che abbiamo già compiuto e continueremo a compiere in Tibet, Cina e altrove attentati e azioni ritenute criminali. Questa volta siamo determinati ad andare avanti".
Karma, pur opponendosi ai giochi in Cina, dichiara di considerare tale lettera un atto provocatorio del governo cinese per screditarne gli oppositori, ma nello stesso tempo dichiara anche che ""Non siamo a conoscenza del documento e non viene da noi ma abbiamo membri in tutto il mondo e forse alcuni di loro possono avere scritto questa lettera spinti dall’amore per il loro paese e dalla dedizione alla causa tibetana. Non posso biasimarli".
Successivamente organizza diversi workshop chiamati "Non-violent action for Tibet" in collaborazione con il già citato Tenzin Tsundue. Uno di questi workshop, nel 2002, è dedicato alla 'Freedom Struggle Inside Tibet', mentre prima dell'intervento di Karma vengono presentati 3 libri, uno di Gandhi, uno intitolato "Rangzen Band" e l'ultimo è "198 Methods of Non-Violent Protests and Persuasion" del Dr. Gene Sharp, promotore dell'uso dell'azione non-violenta per "democratizzare" il mondo. I suoi manuali sono stati utilizzati dagli attivisti delle cosiddette "rivoluzioni colorate" in Serbia, Georgia, Ucraina, Kyrgyzstan e Bielorussia. Il suo libro più famoso, "from Dictatorship to Democracy", è stato tradotto anche in tibetano, insieme a "The Power and Practice of Nonviolent Struggle", che sfoggia una prefazione nientemeno che del Dalai Lama, con tanto di sigillo divino, e la cui versione inglese contiene capitoli con titoli quali "Nonviolent Action: An Active Technique of Struggle; The Methods of Economic Noncooperation: Boycotts; The Methods of Nonviolent Intervention.
E' utile notare a questo punto come le cosidette "rivoluzioni colorate" siano state in larga parte finanziate e sponsorizzate da enti americani legati al NED, e, per chiudere il cerchio, The Voice of Tibet, l'emittente radio di cui Karma è l'Editor, riceve finanziamenti proprio dal NED, insieme ad altre organizzazioni rappresentate dal TPUM . Per chi sia interessato a tale argomento, consiglio una visita a questo sito.
Nel 2004, in qualità di membro del parlamento in esilio, Karma contribuisce all'approvazione di una risoluzione per "rivedere la politica della via di mezzo perseguita dall'amministrazione in esilio se non si fosse ottenuto un responso positivo da parte cinese entro Marzo 2005".
Il Tibetan Youth Congress spiega che si è giunti alla decisione di approvare tale risoluzione a seguito della pubblicazione da parte del PCC del "white paper" sul Tibet in cui si afferma che
"the issue of resuming exercise of sovereignty does not exist (as it had existed in Hong Kong and Macao),...the possibility of implementing another social system (in Tibet) does not exist either[...] Any act aimed at undermining and changing the regional ethnic autonomy in Tibet is in violation of the Constitution and law, and it is unacceptable to the entire Chinese people, including the broad masses of the Tibetan people[...]the local government of Tibet headed by the Dalai Lama representing feudal serfdom under theocracy has long since been replaced by the democratic administration established by the Tibetan people themselves."
Questa visione sul futuro politico del Tibet stride ardentemente con quella di Karma, che afferma:
"His Holiness the Dalai Lama in his future political vision of Tibet, he clearly stated that future Tibet will be ruled by political party system. Tibetan Youth Congress (TYC) gave birth to first ever political party called National Democratic Party of Tibet (NDPT) in 1994. This is a big initiative undertaken by TYC.[...]I have my share of contribution in the formation of NDPT. I strongly support its manifesto and political stand. NDPT stands for Rangzen".
Tsewang Rigzin è l'unico personaggio, tra quelli qui presentati, su cui, per quanto ne so, si sia fatta un pò di luce. Tsewang è stato anche intervistato da Cremonesi del Corriere in un articolo del 27 Marzo, in cui egli afferma:
"È un fatto che la non violenza predicata dal Dalai Lama non ci porta da nessuna parte [...]potrebbe presto arrivare l' ora di cambiare strategie di lotta [...]il pacifismo ci ha condotto su di un binario morto[...]Guardiamo invece come si fanno sentire i palestinesi e gli attivisti in Iraq grazie agli attentati suicidi[...] Mi spiace che civili siano coinvolti nello scontro."
Peccato che a Cremonesi non sia venuto in mente di chiedere a Tsewang se non pensasse che le sue affermazioni potessero essere utilizzate a sostegno di quanto affermato dai media cinesi negli ultimi giorni, e anche che non si sia soffermato a sottolineare che Tsewang, oltre che essere presidente del Tibetan Youth Congress, che vanta 30000 membri con 81 sezioni sparse per il mondo, è anche uno dei principali organizzatori del TPUM.
Non è comunque difficile prevedere un futuro come quello prospettato da Twesang se si pensa che l'intera strategia su cui si basano gli indipendentisti, realizzata mediante azioni dirette, violente o meno che siano, con lo scopo di destabilizzare la Cina dal suo interno e dall'esterno, non può che essere ragionevolmente interpretata come una istigazione al suicidio di massa.
Nell'Aprile 2006 Tenzin Tsundue pubblica un articolo in cui si oppone ufficialmente al Dalai Lama e alle disposizioni di quest'ultimo relative al non organizzare proteste in coincidenza della visita di Hu Jintao negli U.S.A. Tenzin scrive:
"the issue of Tibet is beyond the power and authority of His Holiness the Dalai-Lama and this, His Holiness himself has been saying from the beginning[...]TSGs are for Tibet, not for the policies of the Exile Government that changes from time to time, as per political need. Our difference of opinion is only natural, there must be mutual respect. We must celebrate the difference.
The Tibetans are not scattered in different parts of the world, we have spread all over the world. And from every corner of the world there should be free Tibet campaign. "
Un utile e interessantissimo articolo che ripercorre gli avvenimenti accaduti più recentemente all'interno del movimento indipendentista tibetano è quello scritto da Mathieu Vernerey francese promotore dell'indipendenza in Tibet.
Vernerey esordisce riconoscendo i passi avanti fatti dal movimento indipendentista in ambito globale:
"Several events have been held in 2006 and 2007: Declaration of Independence of the Nations of High Asia (Washington, September 2006), International Conference of the Dhokham Chushi Gangdruk (New York, December 2006), International Forum for a Free Tibet (Turin, May 2007), International Union of Socialist Youth Asia-Pacific Committee Meeting (Ulaan Baatar, June 2007) and the Conference for an Independent Tibet (New Delhi, June 2007). All these events are many "first steps" in the dynamic, emerging movement in favour of Rangzen.".
Poi però egli fa notare come il passo più grande debba ancora essere compiuto, serve che le varie anime del movimento si uniscano in un movimento strutturato e unificato:
"But after the "first step", the most important is the one that follows, and perhaps the one to be decisive: the unification and the structuring of Rangzen movement. There are several great Rangzen figures - like Jamyang Norbu, Lhasang Tsering, Tenzin Tsundue, etc. - and several Tibetan NGOs supporting Rangzen - like Tibetan Youth Congress, Dhokham Chushi Gangdruk, Students for a Free Tibet etc. - but there is no unified and a structured movement: which is probably the most important and the only absolute precondition to any alternative strategy or campaign."
Successivamente Vernerey si dedica ad un esame più approfondito della scena politica del "Parlamento Tibetano in Esilio":
"since its creation in 1960, the Tibetan Parliament in Exile (TPiE) persists on a strictly regional and religious system of representation. Identification is not based on political ideals, objectives or programmes, but only on traditional provinces or religious sects [...] The Tibetan Parliament functions with no political party system. Although the Tibetan Charter in Exile doesn't proscribe this kind of representation, it simply doesn't deal with political party - what Tibetans often basically answer as a natural fact, without questioning this constitutional blank. At best, they refer to the Guidelines for Future Tibet by the Dalai Lama, who advocates multiparty system [...] this vision could function only in an independent and sovereign Tibet - free to decide its proper way of governance - but it would be contradicted by the Chinese constitutional framework to which it doesn't refer by the way. So, quite paradoxically, this vision found in Middle Way policy is tacitly or unintentionally an advocacy for Rangzen."
Quindi nel PTiE c'è fermento in quanto tale organismo si sta trasformando, da sistema univoco a base religiosa a sistema democratico multipartitico, con la benedizione dello stesso Damai Lama. Vernerey fa giustamente notare che il sistema multipartitico a cui sembra aspirare il Dalai Lama, anche se in un futuro indefinito, non prende in cosiderazione il fatto che tale visione stride con le dichiarazioni del Dalai Lama in merito alla "via di mezzo" e alla rinuncia di indipendenza, a meno che il Dalai stesso non pensi che la Cina possa accettare per il Tibet un sistema multipartitico in cui probabilmente la maggior parte dello schieramento sarebbe dedita all'indipendenza e al sabotaggio della Cina.
Qui nasce l'ambiguità di fondo della figura del Dalai Lama, e, per quanto in Occidente tali problematiche non sono state, per quanto ne so, minimamente trattate, sicuramente sono considerazioni che non sfuggono al PCC.
L'articolo prosegue andando a presentare quello che dovrebbe essere uno dei maggiori partiti politici tibetani, il National Democratic Party of Tibet (NDPT), di cui abbiamo già trattato in merito al ruolo di Karma Yeshi all'interno di tale partito, che ha lo scopo di inserire le rivendicazioni indipendentiste in un contesto pseudo-politico. L'auspicio è che tale partito, rappresentante delle istanze seccessioniste, diventi maggioritario:
"As Karma Choephel says in his interview: "At present it can be said that within the Tibetan parliament there is a majority support for the Middle Way policy. But I sense that the longer the present stalemate, of getting no concrete response from the Chinese side remains, more members tend to waver in their position. (...) So I feel that in future also if the stalemate remains, support for Rangzen will grow in the house".
Anche per questo Vernerey consiglia prudenza e pazienza al movimento Rangzen. Egli reputa che la cosa migliore sia conservare, almeno di facciata, l'adozione della politica della via di mezzo, adottata dal Dalai Lama, e nel frattempo far sviluppare e maturare anche politicamente il movimento indipendentista. Analizzando tale tattica, se ne deduce che probabilmente il movimento indipendentista si sente ancora debole, in termini di potere, rispetto ai moderati seguaci del Dalai Lama, e quindi si proietta in un futuro in cui il Dalai sarà fuori dalla scena e il movimento Ranzgen sarà più solido.
Per ultimo Vernerey pone in guardia rispetto all'atteggiamento "vogliamo tutto e subito" tenuto da alcuni elementi all'interno del movimento indipendentista. In particolare l'autore sconsiglia di farsi prendere la mano dalla ghiotta occasione rappresentata dalle Olimpiadi in Cina:
"Rangzen activists should not focus too much on Beijing Olympics, as fundamentally Rangzen cause has no link with Chinese affairs. Beijing Olympics are a great opportunity to highlight Tibetan issue and to confront China, but it is not a goal in itself. It should not become a pretext to postpone again what is more important than everything: the unification and the structuring of the Rangzen movement and the advent of its political representation. Long term strategies have more consistence than immediate and just reactive actions[...] Yes, Rangzen is possible, but without getting ahead of schedule: step by step."
Sempre nell'articolo di Vernerey vengono citati 2 incontri partecipati dall'elité del movimento indipendentista:
"All this could and should be discussed by Tibetan Rangzen activists during their next meeting, in December, in Dharamsala. As many of them - Sonam Topgyal, Jamyang Norbu, Lhasang Tsering, Karma Yeshi, Tenzin Tsundue, Sonam Wangdu etc. - met last June, they decided to organise a next meeting or conference at the end of this year to discuss further strategies. Technically, the formation of Rangzen parliamentary group could be planned as soon as possible - since there are several Tibetan deputies close to Rangzen. This initiative could then be made official during the next session of the Tibetan parliament, in March 2008. Furthermore, a Rangzen political party could emerge - a revitalised NDPT or a new "real" party - and campaign in view of the next Tibetan legislative elections, in 2010."
L'incontro citato, tenutosi nel Giugno 2007, è riassunto in questo articolo in cui si legge
"over two hundred Indians and Tibetans listened to Jamyang Norbu, noted Tibetan writer and veteran activists for Tibet’s independence, as he explained how the next two years are crucial for Tibet, and how the Olympics could provide the one-chance for Tibetans to come out and protests “like one mighty force”. He noted that unless a mass protest occurs, Tibet would continue to slip out of the world map, leaving very little to protest for."
La parola passa poi all' "eroe" Tenzin Tsundue che afferma:
"If our non-violence fails, we will have to find other means. The international community has the responsibility to support and make the Tibetan struggle succeed."
Il successivo incontro del movimento risale al Gennaio 2008, quando viene presentato ufficialmente il "Movimento di sollevazione tibetana". Il movimento rilascia le seguenti dichiarazioni:
"un nuovo sforzo coordinato di resistenza tibetana in preparazione delle Olimpiadi di Pechino del 2008. I Giochi avranno luogo solo pochi mesi prima dell'anniversario della Rivolta Nazionale Tibetana del 1959 contro l'invasione cinese del Tibet. Gli organizzatori del movimento rivolgono un appello a tutti i tibetani nel mondo perché si uniscano alla protesta durante i Giochi Olimpici e sostengano una marcia del ritorno che riporti in patria gli esiliati tibetani.[...]lanciamo un movimento unitario per porre fine al dominio cinese in Tibet, afferma Tsewang Rigzin, Presidente del Tibetan Youth Congress".
"Il Movimento di Sollevazione del Popolo Tibetano è un movimento globale di tibetani all'interno e all'esterno del Tibet per prendere il controllo del nostro destino politico, impegnandosi in azioni dirette per porre fine alla brutale ed illegale occupazione cinese del nostro paese. Attraverso campagne unitarie e strategiche useremo le luci olimpiche volgendole ad illuminare la vergognosa repressione cinese nel Tibet, negando così alla Cina l'accettazione internazionale e l'approvazione tanto agognate.
Chiediamo ai tibetani in patria di continuare a combattere il dominio cinese e ci impegnamo a sostenere con fermezza la loro continua e coraggiosa resistenza. Ai tibetani in esilio e ai sostenitori nel mondo libero chiediamo di cogliere ogni opportunità per protestare contro il Giochi Olimpici in Cina e di sostenere la lotta per la libertà del popolo tibetano."
Nel Febbraio 2008 un ulteriore incontro stabilisce le modalità operative e tattiche delle proteste organizzate per Marzo:
"Forty grassroots activists representing twenty-five Tibetan communities all over India were given an Advanced Training on Grassroots Activism and capacity building from February 15-17, 2008 at Lower TCV School, Dharamshala. This workshop strengthened the coordination of the Tibetan People’s Uprising Movement organized by five leading Tibetan NGOs" "Besides the heads of the five Organizations, the 3-day workshop was also deliberated by Mr. Karma Yeshi, Member, Tibetan Parliament in Exile and Editor in Chief, Voice of Tibet, Ven. Lobsang Jinpa, Editor, Sheja (Tibetan Newsletter), Mr. Tendor, Deputy Director, SFT Headquarters, New York and Mr. Lobsang Yeshi, Former Vice President, Tibetan Youth Congress. The training subjects include the Importance of Co-ordinated Movement, Contemporary Chinese Political Scenario, Strategy and Vision, Situation inside Tibet, Olympic politics, Media and Messaging, Non-Violent Direct Action and Fund-Raising Strategy."
"we will bring about another uprising that will shake China’s control in Tibet and mark the beginning of the end of China’s occupation of Tibet."
Dal 6 all'8 Marzo si tiene l'ultimo incontro relativo alla marcia su Lhasa organizzata dal TPUM, che il 10 Marzo parte e ufficialmente inaugura l'escalation di proteste organizzate per i giorni successivi.
Si giunge così al 14 Marzo.
Evidentemente qualcosa, nell'ambito del metodo non-violento ufficialmente propagato dai sostenitori delle proteste, va storto.
A Lhasa, per cause ancora da accertare, presto le proteste si tramutano in veri e propri attacchi e atti di devastazione diffusi su tutto il territorio cittadino. Tutti i testimoni presenti, stranieri, tibetani o di altre etnie cinesi concordano nell'affermare che gruppi di tibetani si scagliano contro qualsiasi cosa o persona di provenienza cinese. Le banche cinesi vengono incendiate, così come buona parte dei negozi cinesi. E' inutile postare nuovi link a proposito in quanto sono facilmente reperibili in rete, o sono stati già postati da me e altre persone su precedenti commenti.
Ben presto iniziano a girare immagini e video di una città messa letteralmente a "ferro e fuoco", le pile di merci cinesi accatastate in strada e date alla fiamme fanno pensare ad atti deliberati, col valore simbolico di proclamare il boicottaggio e il sabotaggio delle attività cinesi.
Le proteste si allargano rapidamente in altre regioni della Cina.
La reazione del governo cinese è dapprima apparentemente di sorpresa e impreparazione, ma già dal giorno 15 vasti dispiegamenti di mezzi militari arrivano a Lhasa e nelle altre zone colpite dalle proteste.
A seguito delle vicende legate alle proteste tibetane, si scatena una rappresaglia mediatica a livello mondiale di dimensioni inaudite.
I media occidentali fin da subito presentano le vicende secondo lo stereotipo dell'ennesima repressione cinese su pacifici manifestanti tibetani. Le immagini che rappresentano i manifestanti compiere azioni violente vengono censurate, manipolate o comunque non presentate nella loro interezza, mentre si pone l'accento sulla reazione del governo cinese. Il bando imposto dalle autorità cinesi alla presenza di giornalisti occidentali nelle aree colpite dalle proteste contribuisce ad alimentare la confusione e la mancanza di notizie certe su quanto avvenuto. I media occidentali, basandosi sui dati forniti dall' Amministrazione tibetana in esilio", che non è ufficialmente riconosciuta da nessun organismo istituzionale al mondo, cominciano a parlare di strage perpetrata dal PCC, associando il 14 marzo a date tristemente famose come quella del 4 Giugno 1989.
Le accuse della stampa cinese rispetto alla violenza dei manifestanti e alla presenza di forze indipendentiste all'interno del "governo in esilio" vengono, più o meno velatamente, liquidate come propaganda cinese.
Intanto le proteste dilagano in tutto il mondo a seguito del viaggio della fiaccola olimpica. La quasi totalità della stampa occidentale si schiera a favore dei manifestanti.
Spesso a sostegno delle proprie tesi vengono portate "fantomatiche" prove che spesso si rivelano essere bufale confezionate ad arte.
Ancora ieri il tg2 edizione sera mostrava video di violenze compiute da persone con indosso indumenti caratteristici dei monaci tibetani e successivamente insinuava che fossero agenti cinesi travestiti adducendo come prova la foto che da settimane circola in Internet e che è stata ampiamente rivelata come bufala, come ammesso dal TCHRD stesso, che per primo ha pubblicato la foto.
Ancora, è di stamattina un commento di Rampini al suo blog, in cui egli parla di Jin Jing, la teodofora cinese disabile aggredita a Parigi da manifestanti pro-tibet, di cui io stesso commentai su questo blog qualche giorno fa, scrivendo "Le cronache ufficiali dicono che mentre Jin Jing impugnava la fiaccola è stata aggredita da un gruppo di separatisti tibetani. I manifestanti si sarebbero avventati addosso a lei per impadronirsi del simbolo dei Giochi."
Che bisogno c'è di parlare di cronache ufficiali (inteso cinesi) e di usare il condizionale in presenza di foto come queste?
D'altronde la stampa occidentale, in special modo europea, non aveva certo aspettato le olimpiadi per screditare, anche utilizzando toni al limite del razzismo, la società cinese.
Nella valanga di disinformazione mediatica che ci è stata gettata addosso da entrambi i fronti, il mistero più grande rimane a mio parere quello di sapere come in realtà siano andate le cose a Lhasa e nelle altre zone nei giorni scorsi.
In merito alla conta delle vittime, una cosa che non mi spiego è come mai tutti i giornali sono propensi nel pubblicare le stime di 135-140 morti fornite dal governo in esilio (nonostante tale organizzazione abbia già subito critiche riguardo all'attendibilità dei dati rilasciati in passato) ma nessuno, a mia conoscenza, ha pubblicato la lista con i nomi delle vittime fornite dalla stessa organizzazione, reperibile qui:
Tra parentesi, precedentemente avevo trovato tale lista a questo indirizzo, ma perlomeno da ieri non sembra funzionare.. attacco di hacker cinesi? censura da parte dello stesso sito? semplice guasto tecnico?.
E' anche presente una contestazione di tale lista da parte della polizia tibetana e della stampa cinese.
Io stesso, non avendo assolutamente riferimenti per verificare la veridicità o meno della lista, ho proposto tale interrogativo ad un altro blogger, che è stato a Lhasa successivamente alle proteste di Marzo, che ha pubblicato un post dedicato a chi volesse proporre la propria interpretazione o avesse informazioni a riguardo della lista.
Quello che obiettivamente si può considerare è che il blocco del Tibet imposto dal PCC sui giornalisti indipententi internazionali rende difficile rintracciare informazioni sulle persone nominate.
Va anche detto che in ogni caso una verifica sarebbe comunque quasi impossibile, in quanto la mancanza di dettagli aggiuntivi relativa alla maggior parte dei nomi ne rende comunque praticamente impossibile il rintracciamento.
Ultimamente sono stati pubblicati altri 4 nominativi accompagnati da maggiori dettagli.
Il sito, affiliato al governo tibetano in esilio, Phayul.com pubblica la foto e i dettagli di una ragazza che si dice morta durante le proteste in Sichuan il 16 Marzo.
Per quanto sarebbe auspicabile che infine si riesca a capire quali siano le notizie reali e quali invece di conseguenza, disinformazione propagandistica, si potrebbe cercare di discutere in ogni caso sulla appropriatezza del termine repressione, ampiamente utilizzato dalla stampa occidentale in riferimento ai fatti in Tibet, senza peraltro avere a disposizione qualche evidenza di quanto dichiarato.
Quando ci si riferisce ai disordini scoppiati a Los Angeles nel '92, raramente si usa il termine "repressione":
Una ricerca su google dei termini "los Angeles";repressione 1992 porta a 7.780 risultati, molti dei quali non usano la parola repressione in merito alla risposta del governo U.S.A. alla rivolta, mentre se al posto di "los angeles" si digita Lhasa e al posto di 1992 si digita 2008 appaiono 65.100 risultati. E' utile far notare che a Los Angeles sono morte circa 53 persone, di cui almeno 10 uccise da forze del governo U.S.A., che ha anche provveduto all'arresto di diecimila persone e ha inviato carri armati M1 Abrams e veicoli di trasporto truppe.
Il post di Cavalera e, per esempio, questo post di Richard Spencer (corrispondente da Pechino del Daily Telegraph), dimostrano che la stampa sta incominciando a chiedersi il senso di quanto accaduto, ed a soppesarne i risvolti positivi e negativi. Sisci oltre a questo comincia a chiarire i dettagli politici che stanno al centro delle vicende.
A mio parere il supporto della stampa e dei governi occidentali dato agli organizzatori delle proteste hanno contribuito a rafforzare la posizione dei movimenti indipendentisti all'interno della comunità dei tibetani in esilio a scapito della "via di mezzo", ma soprattutto a scapito di chi auspicava in un dialogo tra Dalai Lama e PCC, per trovare una soluzione pacifica ai problemi del Tibet.
UPDATE 29/04/2008:
Ad oggi non risulta accessibile il sito Alternative-tibetaine.org, che contiene importanti documenti sul movimento indipendentista tibetano. Questo mio commento contiene varie citazioni e link a tale sito. Per chi sia interessato è ancora possibile recuperare tali documenti tramite la Google Cache. Lo stesso discorso vale per l'intervista a Tenzin Tsundue pubblicata da Combat Law (Vol 6 Issue 5 September - October 2007 ), recuperabile all'indirizzo http://209.85.129.104/search?q=cache:EFdR4TOj8b8J:www.combatlaw.org/information.php%3Fissue_id%3D36%26article_id%3D1015+%22combat+law%22+%22Tenzin+Tsundue%22&hl=it&ct=clnk&cd=1&gl=it
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