domenica 13 aprile 2008

Tibet, marzo 2008 ed ennesima delusione MSM

questo mio commento è stato pubblicato il 23/03 sul blog di Cavalera. Lo riporto in forma leggermente modificata per adattarlo al contesto.

La causa principale della mia delusione nei confronti dei media non si limita alla mancanza di certezze riguardo alle dichiarazioni di uccisioni di monaci tibetani da parte dei militari cinesi, ma più in generale riguarda come tutta la vicenda è stata presentata, perlomeno in base alla mia personale percezione.
L'impressione che sto avendo è che fin dall'inizio si sia tentato di presentare il tutto come l'ennessima repressione nel sangue di una manifestazione pacifica di cittadini che chiedevano semplicemente maggior rispetto dei diritti umani e una critica alle politiche del governo.
Tale argomentazione, oltre a contribuire a far simpatizzare l'opinione pubblica con il Dalai Lama e i manifestanti, dà l'occasione ai giornalisti di rispolverare la strage di Tiananmen, che è sempre utile per "aumentare gli ascolti" ed per proporre inquietanti analogie, a sottintendere che la Cina di oggi non è diversa da quella del 1989.
Tale linea è stata portata avanti finchè si è potuto, fino a che cioè sono iniziate a trapelare immagini inequivocabili delle violenze compiute dai manifestanti. A questo punto si è tentato dapprima di manipolare le immagini e il loro contenuto, poi quando le evidenze cominciavano ad essere troppe, si è tentato di minimizzare tali episodi e in un qualche modo quasi giustificarli, adducendoli sia al risentimento della popolazione giovane tibetana per le politiche cinesi, sia alla reazione dei tibetani rispetto alle presunte uccisioni e pestaggi di monaci da parte dell'esercito cinese venerdi 14.

L'interpretazione dei fatti proposta dai media occidentali è sicuramente plausibile, il problema si pone quando essa viene presentata come unica possibile spiegazione dei fatti senza considerare alternative. Inoltre tale interpretazione presenta almeno un paio di punti deboli che rischiano di farne crollare la struttura: se Dharamsala è l'unica fonte in grado di avere notizie certe sugli scontri in Cina, ciò significa che deve per forza di cose esserci un collegamento tra i rivoltosi tibetani e il governo in esilio, diventa quindi plausibile un coinvolgimento di quest'ultimo (non necessariamente nella figura del Dalai Lama) nell'organizzazione delle proteste, che sarebbero quindi state soggette ad influenze esterne, cosa che i media occidentali non sembrano invece considerare.
Inoltre, si tende a negare ogni responsabilità del Dalai Lama per quanto accaduto, il Dalai stesso si è detto impotente di fronte a quanto stava e sta accadendo, eppure l'unica soluzione che la stampa propone per far rientrare i disordini in Cina è quella di dialogare con il Dalai Lama. Anch'io sono favorevole al dialogo tra PCC e Dalai Lama ma mi sembra molto riduttivo limitarsi ad una analisi di questo tipo.

Nessun MSM si è chiesto se potessero esserci altri motivi dietro gli scontri di questi giorni. Anche dopo le conferme degli atti di devastazione e violenze su persone compiuti dai manifestanti non si è ancora voluto fornire analisi dettagliate dei movimenti e delle organizzazioni tibetane anti-cinesi.
Eppure ci sono numerosi segnali che sembrano indicare una premeditazione e un intento insurrezionalista in quanto accaduto. Il presunto massacro di monaci del 14 non basta a spiegare la rivolta dei manifestanti, nè la rabbia reppressa degli ultimi 20 anni. Le rivolte sembrano avere un preciso scopo politico, come si evince ad es. dalle brevi dichiarazioni del tibetano che si vede in questo video:

inoltre il fatto che sia in Tibet sia nelle altre province cinesi le modalità delle proteste siano state simili, con attacchi alle persone e alle proprietà non tibetane e roghi di merci cinesi nelle piazze, sembra far pensare ad un movimento coordinato.
Sarebbe utile quindi provare perlomeno ad ipotizzare chi faccia parte di tale movimento.
Gli stessi media occidentali riconoscono che il Dalai Lama rappresenta una forte influenza verso tutta la popolazione tibetana. Eppure egli stesso ammette che la sua influenza è in calo tra i giovani e tra gli elementi più radicali delle organizzazioni pro-tibet.
Perchè quindi a quasi nessuno tra i giornalisti occidentali cerca di indagare e riferirci chi altro oltre al Dalai Lama potrebbe avere una qualche influenza sulla popolazione tibetana? Una rara eccezione è questo articolo del Daily Telegraph (oltre a questo, molto interessante, pubblicato dal Wall Street Journal);
Tsewang Rigzin, intervistato nell'articolo, è il presidente del Tibetan Youth Congress, ong con base a Dharamsala con lo scopo dichiarato di proclamare l'indipendenza del Tibet, e che si vanta di avere più di 30000 membri con oltre 81 sezioni sparse in tutto il mondo. Tsewang Rigzin e la sua ong sono anche tra i fondatori del già citato Tibetan's People Uprising Movement, che hanno organizzato la marcia sul Tibet del 10 marzo e le proteste in India, Nepal e nelle altre parti del mondo (hanno connessioni anche in italia da cui cito:
“È arrivato il momento in cui i tibetani sono chiamati ad assumere il controllo del loro futuro grazie a un movimento di resistenza unificato e coordinato. Dobbiamo far sapere ai cinesi e a tutto il mondo che il desiderio di libertà arde ancora nel cuore di ogni tibetano sia all’interno del Tibet sia in esilio." “Il Movimento di Insurrezione del Popolo Tibetano è un movimento globale dei tibetani, dentro e fuori il Tibet, chiamati ad assumere il controllo del proprio destino impegnandosi in un’azione diretta per porre fine all’illegale e brutale occupazione del nostro paese…

Chiediamo ai tibetani all’interno del Tibet di continuare a combattere l’occupazione cinese e promettiamo il nostro fermo appoggio alla vostra coraggiosa resistenza. Ai tibetani in esilio e ai nostri sostenitori in tutto il mondo libero chiediamo di cogliere ogni opportunità per protestare contro i Giochi Olimpici e appoggiare la lotta per la libertà del popolo tibetano. Chiediamo ai tibetani in ogni parte del mondo di sostenere i patrioti tibetani nella loro marcia di ritorno alla madrepatria, il Tibet”.
Sull'articolo postato ieri da Cavalera, Haski scrive che " L’appello del Dalai Lama è stato seguito da manifestazioni dei monaci buddisti a Lhasa e in altri monasteri tibetani", ma ancora non si fa cenno dell'appello, molto più radicale, lanciato dal TPUM, seppur si comincia ad ammettere che le forze più radicali dei movimenti tibetani stanno prendendo piede.

Per rilacciarmi all'inizio del commento, in base alle informazioni attualmente disponibili, non so se si siano verificate stragi di monaci, o se si verificheranno nei prossimi giorni. Non so se i media "hanno abboccato" alla disinformazione tibetana o se invece i cinesi sono stati abili nel nascondere (fino ad ora) ogni prova verificabile.
Non mi stupirei in nessuno dei casi.
Quello che mi stupisce è l'incapacità del giornalismo di rappresentare la complessità delle vicende trattate e la sua tendenza all'appiattimento semplificatorio del "buono contro il cattivo", delle facili e clamorose analogie storiche, delle guerre dei numeri.

Nessun commento: